Mentre in Iran venivano bombardate infrastrutture, ministeri e il palazzo dove risiedeva Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica morta nei raid, la Russia è rimasta a guardare. Vladimir Putin si è limitato a una condanna formale dell’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele, ma sul piano militare non c’è stato alcun sostegno concreto a Teheran. «Non c’è dubbio che la minaccia iraniana immaginaria e inventata, ripetutamente affermata nel corso di molti anni, fosse solo un pretesto per attuare un piano a lungo meditato volto a rovesciare con la forza l’ordine costituzionale di uno Stato sovrano […] che Washington e Tel Aviv non gradiscono» ha dichiarato a Reuters la portavoce del ministro degli esteri russo, Maria Zakharova.
Quando l’Iran aveva iniziato a fornire i propri droni Shahed a Mosca durante l’invasione dell’Ucraina, molti analisti parlarono della nascita di un nuovo asse strategico. L’escalation in Medio Oriente ha mostrato i limiti di questa intesa. A gennaio 2025 Putin e Masoud Pezeshkian, Presidente della Repubblica islamica, hanno siglato un accordo di partenariato globale che coinvolge vari settori: scambi commerciali, cultura, istruzione, scienza ed energia. Manca però un patto di mutua difesa. Il testo prevede piuttosto l’impegno di non supportare un eventuale aggressore e di cercare soluzioni sulla base del diritto internazionale.
La relazione tra Russia e Iran si è evoluta anche sul piano economico. Mosca è in grado di produrre la sua variante di droni sul territorio nazionale e, pur beneficiando delle relazioni commerciali con Teheran, per il Cremlino sono più importanti gli scambi con partner non sottoposti a sanzioni, come Cina e India. Sono questi Stati a rappresentare snodi vitali per l’export energetico russo e per l’accesso a tecnologie e mercati.
L’operazione congiunta di Usa e Israele contro l’Iran ha anche dei vantaggi nel breve termine per la Russia. Secondo un’analisi dell’Institute for the Study of War (Isw), «le minacce iraniane contro le navi che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz (da cui passa il 25% del greggio mondiale, n.d.r.) stanno causando picchi significativi nei prezzi globali del petrolio che, se sostenuti, potrebbero invertire oltre un anno di calo dei ricavi petroliferi russi». L’aumento del costo dell’energia può anche influire sulla capacità dell’Unione Europea di finanziare lo sforzo difensivo dell’Ucraina.
La neutralità del Cremlino è motivata anche dalla volontà di non inimicarsi gli Stati Uniti. Donald Trump ha assunto posizioni vicine a Mosca nei negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina e, secondo Al Jazeera, Putin non vuole interrompere il rapporto privilegiato che ha instaurato con la Casa Bianca. Il coinvolgimento statunitense nell’operazione contro l’Iran può essere un vantaggio per Putin: una guerra prolungata in Medio Oriente impegna l’arsenale di Washinton, tenendolo lontano dall’Ucraina, e sposta l’attenzione dell’amministrazione Trump su un altro fronte.
Sullo stesso piano, la reazione della Cina, partner politico e commerciale di Teheran, è stata passiva. Già a gennaio Pechino non si era opposta militarmente all’operazione Absolute Resolve (“Risolutezza Assoluta”), con la quale le forze armate statunitensi hanno rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Inoltre, anche nella guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran, scoppiata a giugno 2025, Xi Jinping non è intervenuto con l’uso della forza. In questi tre casi, la Cina non ha difeso i propri interessi commerciali e strategici nelle due regioni: Pechino importava dal Venezuela circa il 4% delle importazioni totali di greggio, mentre da Teheran più del 10%.
Il The Economist avverte che ciò non è casuale e che designare la Cina come la “sconfitta” dai bombardamenti congiunti Usa-Israele sull’Iran non è una vera analisi: «La Cina non ha bisogno dell’Iran quanto l’Iran ha bisogno della Cina. Gli acquirenti cinesi rappresentano oltre l’80% delle sue esportazioni di greggio». Gli investimenti di Pechino in Medio Oriente non si concentrano solo sulla Repubblica islamica, ma interessano anche Stati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che sono stati bombardati dai pasdaran.
La condanna di Xi Jinping all’attacco contro l’Iran è limitata quindi al piano diplomatico. Mao Ning, portavoce del Ministro degli Affari esteri della Cina, ha dichiarato: «La protezione dei civili nei conflitti armati è una linea rossa e non deve essere violata. L’uso indiscriminato della forza non può essere accettato», riferendosi alle norme di diritto internazionale contenute nella Carta Onu.
Oltre al fattore economico, il mancato intervento militare di Pechino risponde a logiche geopolitiche, legate agli interessi per l’isola di Taiwan, primo produttore mondiale di semiconduttori. Un’analisi pubblicata il 20 febbraio sul The Diplomat, rivista specializzata sulla regione Asia-Pacifico, spiega che: «Dal punto di vista della Cina, il protrarsi delle tensioni tra Iran e Stati Uniti […] può rappresentare un vantaggio strategico». L’Isw riporta che il Partito Comunista Cinese (PCC) ha intensificato la pressione militare e politica su Taiwan negli ultimi mesi e Xi Jinping non vuole rovinare le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti per difendere militarmente l’Iran.