Quattordici tracce, 29 minuti di musica. I Ramones hanno combattuto così le lunghe composizioni progressive rock di gruppi come Yes o Genesis, non il deficit dell’attenzione. E oggi che le piattaforme premiano le canzoni se il ritornello arriva prima dei trenta secondi e le hit durano poco più di tre minuti, i brani di Ramones – il loro primo album, uscito il 23 aprile 1976 – sarebbero sotto la media.
Giacche di pelle, capelli lunghi e una copertina nata per caso: l’etichetta discografica statunitense Sire aveva già speso migliaia di dollari per uno shooting in stile Meet The Beatles! con un fotografo professionista, ma la band odiava quelle foto, troppo pulite e lontane dalla loro estetica. Così fu scelto uno scatto fatto di fretta per strada: quattro ragazzi appoggiati a un muro pieno di graffiti di Manhattan vestiti con jeans strappati e scarpe da ginnastica consumate, con Johnny Ramone (il primo a sinistra) che mostra, quasi distrattamente, il dito medio.


I quattro – Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy – fingevano di chiamarsi Ramone di cognome, ispirati dallo pseudonimo utilizzato da Paul McCartney per registrarsi negli hotel senza essere riconosciuto. Suonavano insieme già da due anni nel CBGB (Country, Bluegrass, Blues), locale dove si è formata buona parte della scena underground newyorkese, da Patti Smith e Blondie fino a Talking Heads e Television. Erano, però, originari di Forest Hills nel Queens, un quartiere della classe media più ordinato rispetto al Lower East Side del tempo, desertificato e pericoloso, ma pieno di spazi liberi dove inventare qualcosa da zero.
È proprio in un parco giochi del Queens, guardando un bambino viziato urlare che Joey immagina: «Picchia il moccioso con la mazza da baseball» e scrive Beat on the Brat, secondo brano del disco. Sera dopo sera, i Ramones attraversavano la città per raggiungere i locali di Manhattan, affascinati da un centro urbano detestato da molti ma bellissimo agli occhi di un giovane. Così, «Hey Ho, Let’s Go» di Blitzkrieg Bop diventa il coro degli scalmanati che, dai sobborghi, raggiungono in massa il CBGB: «Si stanno mettendo in fila / Stanno attraversando un vento forte / I ragazzi stanno impazzendo», raccontano Tommy e Dee Dee nel testo della canzone.
«Appena si oltrepassa l’armatura di collari da cani, pelle nera e pose sadomaso, trovi le persone più dolci, o almeno più innocue del mondo: a parte le leggende su Sid Vicious, dirigono contro sé stessi quasi tutta la loro violenza»
Lester Bangs, Village Voice 1979
Il contenuto dei brani, spesso ai limiti del delirio verbale, mostrava il totale disimpegno e il rifiuto della tendenza tipica degli artisti anni Settanta a prendersi troppo sul serio. Quotidianità impazzita, insania mentale, nevrosi giovanili e una società che andava sempre più veloce. La musica non poteva più essere quella di una volta, perché troppo coinvolta nella vita metropolitana caotica e frammentata che rispecchiava. La strafottenza dissacrante dei Ramones non risparmiò nemmeno riferimenti nazisti come in Today Your Love, Tomorrow the World, brano che chiude il disco del gruppo con un frontman di origine ebraica.
Fu proprio guardandoli sul palco del CBGB, nell’estate del 1975, che il fumettista John Holmstrom e il giornalista Legs McNeil si resero conto che serviva un nome per i chiodi di pelle, i concerti di quindici minuti senza pause e per una sonorità che non somigliava né alla cultura hippie né al glam rock. Da quell’urgenza nacque Punk Magazine, che farà dei Ramones la propria band manifesto.

Grazie a loro e a riviste musicali come Creem, la parola punk diventa il nome di una novità abbastanza potente da attraversare l’Atlantico: il concerto dei Ramones al Roundhouse di Londra del 4 luglio 1976 verrà ricordato come l’inizio del punk britannico, il momento in cui l’immaginario dei quattro newyorkesi diventa un modello per Sex Pistols, Clash, Damned e chiunque, da cinquant’anni a questa parte, userà il punk come grammatica di base.






