L’ultimo anno di liceo ma senza i 100 giorni alla maturità, senza gli stereotipati professori visionari e senza le notti insonni di finte ansie per preparare un esame che più di 99 studenti su 100 riescono a superare. Non ci sono cliché in Un anno di scuola, il secondo lungometraggio della regista triestina Laura Samani. La sua città è viva nel film. È il settembre 2007 quando un piano sequenza accoglie lo spettatore nell’istituto tecnico di quartiere. In una classe di diciottenni, tutti uomini, arriva Fred, una ragazza dalla Svezia. L’opera non ha paura di scherzare ma non nasconde la drammaticità del contesto e il suo veloce declino. Per l’unica femmina partono scherzi, che diventano commenti, che arrivano a molestie.
Non c’è moralismo ma realisticità. Tutto è credibile: le scenografie, gli ambienti, la rappresentazione degli studenti protagonisti. Hanno cellulari dell’epoca pre-digitale e auricolari con il filo. Antero ha una felpa con cappuccio e sotto una maglietta gialla della band friulana Tre allegri ragazzi morti. «Fai l’alternativo», le dirà la giovane quando lo conoscerà. Pasini è il seducente della classe, belloccio ed estroverso, sarà il primo a provarci con la protagonista. Mitis è il punto fermo della compagnia, quello che mette la macchina per uscire e ospita gli amici nel suo covo segreto. Questo è il trio di ragazzi a cui Fred chiede asilo e a cui proverà a legarsi.

Un film a quattro lingue. A casa con il padre Fred parla svedese, quando inizia la scuola inglese, poi impara l’italiano per comunicare con i compagni. L’altra barriera è il triestino, perché tra amici si parla dialetto. La protagonista supera tutti gli ostacoli linguistici, entra nel covo, nella macchina di Mitis, e arriva a scontrarsi con l’ultimo dei suoi limiti: essere donna.
Un anno di scuola si ispira all’omonimo romanzo di Gianni Stuparich, pubblicato nel 1929 ma ambientato nel 1909, quando in Friuli c’era l’impero austro-ungarico. La sceneggiatura di Laura Samani e di Elisa Dondi adatta il libro inserendo elementi autobiografici sull’esperienza della regista, qui al suo secondo film dopo Piccolo corpo (2021), sempre recitato in dialetto, e dopo il corto La santa che dorme (2016).
Come il romanzo, anche il lungometraggio è ambientato due decenni prima dell’uscita e usa il passato per parlare del presente, di un mondo più aperto ma ancorato ai problemi, alle incertezze e alle fragilità di ieri. Emozioni e sentimenti sono parte della narrazione e si vivono attraverso l’estetica. Musiche dei primi anni 2000 dei Tre allegri ragazzi morti ma anche dei Prozac+, entrambi gruppi punk rock nati nello stesso contesto e nella stessa città: Pordenone.
Nel film c’è l’altra città friulana: Trieste. L’aria di mare, il suo dialetto, la sua vicinanza all’estero e alla Slovenia che sta entrando nell’Unione Europea. Samani riprende tutto con garbo e senza banalità. Le inquadrature sono fotografie, la regia non è campo e controcampo. Ci sono piani sequenza che restituiscono fluidità e un montaggio che dà ritmo alla narrazione.
Samani è un’autrice, gira per i festival. Piccolo corpo ha ottenuto un grande consenso di critica a Cannes nel 2021. Stessa sorte per Un anno di scuola al Festival di Venezia 2025, dove è stato presentato nella sezione Orizzonti, dedicata a lavori rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive. Il film è d’autore ma accessibile, come il recente successo Le città di pianura (2024), di Francesco Sossai, sempre ambientato nel nord-est italiano.
L’innovazione di Un anno di scuola è affrontare la commedia drammatica scolastica in un modo nuovo ma anche particolarmente semplice, il risultato è un ritratto giovanile autentico.








