Quando sua nonna le chiede di scegliere: «Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?», Arianna ha solo sette anni ma non ha dubbi: «Io la mamma non la lascio sola». In casa dei nonni, a Firenze, ci sta benissimo. Ha una stanza tutta sua, due bauli stracolmi di giocattoli, passa i fine settimana in montagna e dorme nel lettone con loro perché ha paura del buio. Sa che la mamma è lontana, che dovrà separarsi dai suoi amici, cambiare scuola e imparare un’altra lingua. Così la nonna ripete: «Sei sicura di voler partire?». E lei: «Io la mamma non la lascio sola».
Sono lo sguardo candido e la sua testimonianza in prima persona a dare il titolo a Occhi di bambina (Guanda), romanzo dello scrittore Marco Vichi arrivato nella dozzina finalista del premio Strega 2026. L’autore fiorentino, 58 anni, che vive e lavora tra i pascoli e i vigneti del Chianti, si sposta dalle atmosfere color seppia degli anni ’60, in cui indaga il suo commissario Bordelli, protagonista di 15 romanzi gialli. Recupera una storia perduta degli anni di piombo, quando molti membri delle Brigate rosse si nascondevano all’estero per sfuggire alla giustizia italiana. La mamma di Arianna è una di loro: condannata per aver lanciato delle bombe molotov contro gli stand di una festa cattolica, responsabile di aver custodito armi e volantini per le Br, scappa a Parigi e poi a Barcellona, dove viene arrestata nel 1988.
Le scene di guerriglia, i proiettili, le stelle a cinque punte soffiano sul racconto, ma non sui ricordi della protagonista. Arianna fatica a orientarsi nel mistero della fuga all’estero della madre: percepisce la paura, l’urgenza, il senso di minaccia, ma non riesce a interpretarli. Come lei, corre a sbirciare dalla finestra ogni volta che sente il suono di una volante, restando ai margini di ciò che accade. Che cosa vede davvero una bambina quando la Storia irrompe nella vita quotidiana? Non le cause o le ideologie, semmai frammenti di un’inquietudine che non coglie.
Eppure la sua infanzia continua. Arianna riesce lo stesso a vivere ciò che una bambina dovrebbe sempre vivere: giochi, amicizie, scuola, stupore e scoperta. Ma sullo sfondo rimane la sensazione costante di essere provvisori, di non poter mettere radici da nessuna parte, di dover essere sempre pronti a fuggire. Che cosa avrà fatto la mamma di così sbagliato, di così grave, si chiede, per dover vivere con questa paura addosso? L’unico indizio è una parola ascoltata per caso.
Durante una parata, un’amichetta le sussurra: «A loro potrebbe venire in mente di ammazzarci tutti». «A loro chi?». «Ai terroristi». È qualcosa che resta sospeso, su cui anche la sua famiglia glissa. Arianna lo impara solo davanti alle immagini di un’autobomba che esplode in città provocando 21 morti e 45 feriti. È il 19 giugno 1987, il più sanguinoso attentato dell’Eta, l’organizzazione che lottava per l’indipendenza dei Paesi Baschi. Anche in questo caso la complessità storica resta fuori campo: ciò che arriva alla protagonista non è la politica ma la paura, la percezione improvvisa della violenza. Il romanzo si muove proprio in questo scarto: non racconta il terrorismo in sé, ma le sue tracce ai margini, nelle vite di chi lo attraversa senza gli strumenti per leggerlo.
La mamma verrà arrestata meno di un anno dopo. Arianna tornerà in Italia, prima col padre e poi ancora coi nonni. Dovrà respirare l’aria pesante delle carceri, contare i giorni che la dividono dai processi e bagnare di lacrime le lettere che sua madre le invierà dalle celle in cui è rinchiusa. Crescerà raccontando la sua storia per non dimenticare del tutto, fino a definirla «acqua passata», qualcosa che «non ha lasciato strascichi nelle nostre vite, se non dei brutti ricordi», consegnati alle pagine del romanzo e considerati «macerie lontane».
In coda al volume, Marco Vichi scrive di aver appreso anni fa la storia da un’amica e di aver aspettato il momento giusto per raccontarla, lasciando che fosse lo sguardo innocente di una bambina, anche se ricordato da un’adulta, a guidare i lettori lungo gli eventi descritti. Non una ricostruzione storica, non la completezza dei fatti, ma la verità emotiva di quegli «occhi di bambina», che restano, per la protagonista, «più veri di una ricostruzione documentata».








