Tinder per scrittori ma senza algoritmo

Switch Lit, la piattaforma di scrittura collaborativa che rivoluziona il mondo dell'editoria
Tinder per scrittori
Tinder per scrittori

Cadavere squisito. Il gioco che unisce i surrealisti André Breton e Marcel Duchamp a bambini e bambine in tutto il mondo: un foglio bianco, due penne, una parola a testa, scritta senza conoscere quella dell’altro. Il risultato è una frase strampalata, spesso priva di senso. Da quell’imprevedibilità nel 2024 nasce Switch Lit, progetto ideato da Kenneth Chu, videomaker e scienziato sociale, fondatore della casa di produzione Studio Esme di Portland. 

«La mia idea era di dare vita a storie che non nascevano dalla mente di un singolo scrittore», osserva Chu, «e l’ho capito osservando due bambine giocare a costruire un racconto a quattro mani passandosi il foglio da un capo all’altro del banco». L’attesa di scoprire come l’altra avesse continuato la trama, quali nuovi personaggi avesse introdotto era palpabile. «L’emozione che le si leggeva in volto era come fuoco: energia letteraria viva».

In pratica funziona così: ci si registra sulla piattaforma e, se si ha già un partner, si avvia una “partita”; altrimenti si entra in uno degli spazi Subrosa, pensati per chi cerca un coautore. «Per progettare questa parte della piattaforma mi sono ispirato al detto latino “Sub rosa dicta velata est”, ovvero ciò che si dice “sotto a una rosa” è segreto. Dopo aver compilato un form sul proprio stile di scrittura, gli utenti vengono accoppiati senza conoscere l’identità del partner». Prima di iniziare si definisce il numero di caratteri, di capitoli e i limiti di tempo per la scrittura. L’anonimato resta fino al completamento della storia: «Quando si passa alla revisione, gli utenti si rivelano e portano avanti il lavoro di editing grazie a una chat interna». 

In due anni la piattaforma ha raccolto 5000 utenti tra poeti, scrittori e sceneggiatori sparsi tra America ed Europa: un numero piccolo per l’era dei social, ma significativo per la comunità letteraria e per un progetto che si rivolge ai «quiet kids». «Switch Lit spopola soprattutto tra la Gen Z, le donne Millennial, le persone di colore e la comunità queer, perché si sentono visti e rappresentati dentro un ecosistema multimediale che corre troppo veloce e spesso li dimentica ai margini». Il progetto, infatti, è molto di più di un semplice strumento per la scrittura: «È prima di tutto un esperimento sociale che nasce dal mio desiderio di sapere cosa sarebbe accaduto portando il gioco delle bambine ad estreme conseguenze». 

La risposta sta nei Subrosa. Chu racconta, infatti, che non solo si gioca “al buio”, senza conoscersi, ma i profili vengono accoppiati manualmente. «Non c’è un algoritmo. Viene fatto tutto a mano e credo sia questo il vero valore aggiunto perché mi sento in qualche modo corresponsabile del prodotto finito». Kenneth si ritrova così ad accoppiare poeti queer di New York con professori di liceo del Kansas, e capisce di aver fatto bingo quando sente «una terza voce. Quando la coppia lavora bene e si ascolta reciprocamente, l’incastro riesce. È lì che iniziano le cose veramente interessanti». I risultati migliori – storie brevi ibride tra saggio e fantascienza, poesie dialogate, racconti che cambiano registro a ogni capitolo – finiscono nella Library del sito, uno scaffale digitale aperto a tutti.

Col tempo Switch Lit è diventato anche comunità, fatta soprattutto di quelli che Chu chiama i «lo-fi kids»: ragazzi che passano molto tempo online, ma che dall’internet non traggono energia – ne vengono esauriti. «Il web è spesso troppo sovrastimolante. Siti come Switch Lit offrono uno spazio di relax anche visivo». Un’esperienza a bassa intensità, e per questo più vera.

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