A Roma, nei weekend, è possibile incontrarli sul Lungotevere mentre mangiano un maritozzo con la panna o un piatto di amatriciana. Hanno appena finito il loro percorso di 5 chilometri e indossano vestiti sportivi: pantaloncini, occhiali da sole e scarpe da ginnastica. Sono i frequentatori dei running club, community nate online per creare, attraverso la corsa, piccoli universi urbani.
Correre è da sempre un’attività popolare. Ma dopo la pandemia questi club si sono moltiplicati e, con loro, gli iscritti. Soprattutto in Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia. Il format è arrivato anche in Italia, dove sono nate numerose community, come Amor Run Club, uno dei gruppi più grandi della capitale. «Due anni e mezzo fa, abbiamo iniziato a mettere qualche storia mentre andavamo a correre al centro e le persone si incuriosivano. Così abbiamo aperto la pagina e strutturato il progetto. La prima settimana eravamo venti, quella dopo quaranta, quella dopo ancora ottanta, cento, duecento», racconta Francesco Giombini, uno dei fondatori del club.

Ogni ritrovo si apre con un applauso, per il bar o il bistrot che li ospita e per chi partecipa. Poi si comincia a correre: «Abbiamo due format settimanali. Uno è dedicato alle ripetute, l’allenamento sugli scatti. In quel caso, siamo una sessantina perché, per fare un lavoro di qualità, c’è bisogno di meno gente. Invece i nostri eventi principali, le Community Run, sono 5 chilometri aperti a tutti, nel fine settimana, con una media di centocinquanta persone».
Per molti non si tratta di raggiungere grandi obiettivi di performance, ma di stare bene e incontrare altre persone. «La corsa per noi è un pretesto, un’occasione per conoscersi. È la community che fa tutto, c’è grande voglia di stare insieme», aggiunge Giombini. Ci sono ragazzi dai 18 ai 35 anni, studenti o neo lavoratori che cercano un modo per socializzare attraverso lo sport. Altri running club romani coinvolgono anche persone più grandi.
Sul piano atletico non c’è esclusività: «Ci dividiamo in cinque sottogruppi per evitare che qualcuno venga lasciato indietro. Ogni gruppo ha le sue velocità. Così si va lì, si fa lo stesso lavoro che fanno gli altri, anche se a ritmi diversi, e alla fine ci si ritrova per stare insieme».
Un’immagine curata sui social – in particolare su Instagram – e le collaborazioni con brand di running come Saucony e Puma aiutano a sostenere economicamente il club. Oltre alla quota minima dei tesseramenti, necessari per questioni assicurative. E poi c’è il terzo tempo, un po’ come nel rugby: «Abbiamo scelto come punto di ritrovo un bar o un locale dove le persone potessero fermarsi dopo la corsa, prendere un caffè, una bottiglietta d’acqua o fare aperitivo. L’idea è sempre stata quella di associare la fine dell’allenamento a un senso di comunità».
A testimoniare la crescita del fenomeno ci sono i numeri di Strava, un social network frequentato da persone che corrono a piedi o in bicicletta: nel 2020 contava 73 milioni di utenti, oggi ne ha oltre 180 milioni distribuiti in più di 185 paesi. Secondo l’ultimo report Year in Sport, i running club sono quasi quadruplicati rispetto all’anno precedente.
Si tratta di un cambiamento generazionale: per molti giovani il fitness pesa ormai quanto altre forme di consumo e socialità, influenzando il modo in cui decidono di spendere tempo e denaro. «In Italia la corsa è sempre stata associata soprattutto agli over 45. All’estero, invece, fa parte della cultura quotidiana dei giovani. Però oggi vedo un approccio diverso anche tra le nuove generazioni italiane», racconta Giombini, che guarda avanti: «Il 2026 definirà il futuro di questo trend».






