La Roma che viveva nell’immaginazione di Borges

Una mostra su una figura chiave della letteratura latinoamericana e sul ruolo della capitale italiana nel suo pensiero
Casa Argentina mostra su Jorge Luis Borges e il suo legame con Roma

«Si dice spesso che tutte le strade conducano a lei; sarebbe meglio dire che lei non ha fine, e che, a qualunque latitudine ci troviamo, siamo a Roma», scrisse lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, per il quale la città era meno un luogo fisico che uno spazio di immaginazione concettuale in cui storia, mito e idea si intrecciano. Roma diventava un’architettura simbolica dell’infinito, un labirinto di immagini ricorrenti con la città al centro.

Questa dualità è al centro della mostra Borges. El oculto nombre de Roma, ospitata a Casa Argentina dal 12 maggio al 30 giugno, curata dall’Ambasciata argentina a Roma e organizzata in collaborazione con il Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere dell’Università Roma Tre, sede della Cattedra Argentina.

L’opera di Borges ha ridefinito la letteratura moderna attraverso racconti e saggi che fondono finzione e filosofia. La sua scrittura è caratterizzata da ricorrenti idee di infinito, labirinti, memoria e dal confine sfumato tra realtà e immaginazione. Borges concepiva l’identità come qualcosa di poroso: «Non sono sicuro di esistere, in realtà. Sono tutti gli scrittori che ho letto, tutte le persone che ho incontrato, tutte le donne che ho amato».

In questo contesto letterario, uno degli aspetti più caratteristici della mostra è il modo in cui vengono messi in relazione Borges e Roma, descritti da Camilla Cattarulla, coordinatrice della Cattedra Argentina presso l’Università Roma Tre, come un paradosso borgesiano: «Una città che lo ha amato, studiato e celebrato continuamente, ma che lui ha vissuto più come un’idea che come un luogo».

La tensione tra spazio vissuto e spazio immaginato era visibile all’entrata di Casa Argentina la sera dell’inaugurazione. Situata in via Veneto, strada emblematica del film La Dolce Vita e del cinema italiano, questa villa degli anni Venti funge da centro nevralgico dello scambio culturale tra Italia e Argentina. La luce del tramonto filtrava attraverso le alte porte a vetri dell’edificio, mentre il vento sventolava la bandiera azzura e bianca all’esterno. All’interno, gli ultimi raggi di sole proiettavano un bagliore caldo sulle copie sospese dei libri più celebri di Borges, appese al soffitto come frammenti di una biblioteca infinita, mentre stampe ingrandite delle sue poesie rivestivano le pareti.

In sottofondo, il suono inconfondibile di Balada para Jacinto Chiclana si diffondeva nelle sale: un tango composto da Astor Piazzolla con testo scritto dallo stesso Borges. Il lento suono del bandoneón trasportava la malinconia della vecchia Buenos Aires, evocando strade acciottolate, miti ormai sbiaditi e i confini spettrali della città che Borges trasformava spesso in leggenda. Il mormorio della folla si alzava e si abbassava mentre gli ospiti si muovevano tra gli allestimenti, discutendo dei mondi labirintici di Borges davanti a bicchieri di vino rosso. Nelle vicinanze, il profumo caldo delle empanadas appena sfornate riempiva l’aria, durante una serata plasmata da uno scrittore la cui opera si muove tra il locale e l’universale.

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Da questo paesaggio sensoriale, la mostra si sposta sulla storia editoriale di Borges. Sono esposti numeri originali della rivista Sur, provenienti dalla collezione dell’Ambasciata argentina in Italia. Si tratta di spazi editoriali chiave nella storia della letteratura latinoamericana moderna. Fu proprio su Sur, una delle riviste letterarie più influenti del XX secolo, che apparvero per la prima volta molti dei racconti più importanti di Borges, poi raccolti in Ficciones ed El Aleph, due opere che definiscono la sua eredità letteraria.

Come spiega Cattarulla, Borges non ha mai dedicato un intero testo alla Capitale italiana come ha fatto per Buenos Aires, «tuttavia Roma è presente nei suoi paradigmi: nel classicismo che permea i suoi versi, nella concezione ciclica della storia, nella sovrapposizione di passato e presente che caratterizza i luoghi eterni».

Nella poesia Una brújula, Borges immagina la storia come scritta in una lingua infinita, dove nomi come «Roma» e «Cartagine» funzionano come elementi simbolici nella storia del mondo. In questa visione, Roma rappresenta una forza della civiltà occidentale più che una semplice città, diventando un punto in cui il pensiero filosofico greco e la tradizione morale ebraica vengono messi in contatto e rielaborati in un fondamento culturale condiviso. Ciò riflette la più ampia convinzione di Borges secondo cui «la storia del mondo è la storia di poche metafore».

Il titolo stesso della mostra, Borges. El oculto nombre de Roma (Borges. Il nome nascosto di Roma), attinge a un antico mito secondo cui Roma possedeva un nome segreto e sacro, noto solo a pochi sacerdoti e tenuto nascosto perché si credeva che pronunciarlo esponesse la città al pericolo o alla perdita di protezione. Borges era attratto da questa storia e vi fonda le sue riflessioni sul potere del linguaggio.

Nel racconto breve Tres versiones de Judas, un teologo immaginario svela una sconcertante reinterpretazione del cristianesimo. Borges suggerisce che rivelare una verità proibita su Dio potrebbe essere catastrofico quanto svelare il nome segreto di Roma.

La mostra si chiude con una riflessione di Cattarulla: «Forse la verità più interessante è che Borges abitava Roma senza viverla. L’ha abitata come si abita un’idea: la città dove tutte le tradizioni convergono, dove i secoli dialogano tra loro, dove la memoria è così vasta da diventare indistinguibile dall’invenzione». Alla fine, la Roma di Borges rimane ciò che lui stesso descrisse una volta: una città senza fine che continuiamo ad attraversare con le sue parole.

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