C’era persino Pedro Sanchez al Primavera Sound di Barcellona. Il premier spagnolo è arrivato durante la serata di sabato, per assistere al concerto dei Gorillaz, di cui dice di aver adorato l’ultimo album, The Mountain. Prima ha incontrato il fondatore del festival, Gabi Ruiz, insieme all’attuale direttore Alfonso Lanza, che gli raccontano qualche aneddoto su questo evento nato venticinque anni fa che oggi è famoso in tutto il mondo.
Per i primi anni si è tenuto al Poble Espanyol, decisamente più piccolo rispetto al Forum, e da subito ha attirato appassionati da tutta europa. Per l’edizione di quest’anno si parla di 287.000 persone durante i quattro giorni e non meraviglia vedere un capo di stato onorare un evento del genere. C’è anche una questione politica ovviamente. Prima del concerto dei Gorillaz sul palco è arrivato Aarab Barghouti, attivista e figlio di Marwan Barghouti, leader politico palestinese detenuto in un carcere israeliano dal 2002. Sanchez ha incontrato anche lui e sui suoi canali social ha pubblicato una parte del suo intervento, ringraziandolo «per alzare la voce» sulla Palestina.


L’attivista ha poi raggiunto più tardi il concerto dei Kneecap dove ha tenuto un discorso simile con l’immagine di suo padre alle spalle. Anche il concerto della band irlandese è stato pieno di richiami all’occupazione Israeliana. L’anno scorso il più «politico» dei concerti era stato quello di un’altra band irlandese, i Fontaines dc, che dagli schermi avevano denunciato il genocidio in corso a Gaza. Il cantante dei Fontaines, Grian Chatten, ha raggiunto a sorpresa sul palco i Kneecap per Better Way to live che hanno scritto insieme.
La sorpresa più grande è stato però il concerto di Olivia Rodrigo, annunciato nel pomeriggio di sabato. A 23 anni è tra le più grandi pop star del mondo e tra i suoi «fan» c’è anche Robert Smith dei Cure, per cui è stato «difficile non innamorarsi delle sue canzoni». E tra i protagonisti di questa edizione c’è stata anche la band inglese, che il venerdì ha incantato il pubblico con tre ore di concerto e una scaletta inaspettata, dalle atmosfere malinconiche di Picture of you e From the Edge of the Deep Green Sea, fino alla festa di Friday i’m in love.
E il giorno dopo Robert Smith è comparso sul palco di Olivia Rodrigo cantando con lei What’s wrong with me, che farà parte del nuovo album della cantante.
Il Sabato è stato poi giorni del ritorno di due band che erano state a lungo lontano dai palchi, The xx e My bloody Valentine. I loro concerti, insieme a quelli di Gorillaz e Cure i più affollati di questa edizione.


Nomi grossi a parte, il Primavera Sound è anche il festival dei palchi più piccoli e di artisti meno conosciuti al grande pubblico. Tra tutti, l’alt rock dei Water from your eyes, il post hardcore dei Touchè Amorè, l’hardcore punk dei Knocked Loose. Volumi alti e pogo ma anche concerti più intimi e atmosfera raccolta, come per i Big Thief o i Rilo Kiley.
Tanta musica elettronica, tre stage con dj set e live di pionieri della techno come Gerald Simpson, tra i fondatori degli 808 state.
Troppi però gli artisti in cartellone e la scelta su chi vedere diventa inevitabilmente una rinuncia a qualcos’altro. Ognuno qui però ha una lista di priorità, alcune diversissime tra loro. È il pregio di un festival come il Primavera, che in contemporanea ospita la popstar internazionale da 40 milioni di follower e band underground che non ce l’hanno nemmeno un profilo instagram.
Camminare tra i palchi è anche vedere i diversi volti di questo evento, giovanissimi soprattutto inglesi e americani accorsi per Doja Cat e Addison Rae, pubblico più maturo per The Cure e My Bloody Valentine, tante magliette di band e look preparati per l’occasione.
Di solito i «posti del cuore», quelli a cui si è più legati e dove si torna sempre con piacere non coincidono con eventi di tale portata. Il Primavera ha però questo di speciale, che riesce a garantire più o meno a tutti una dimensione per certi versi intima, nonostante le proporzioni.
È una questione anche di logistica, il festival è rinomato per essere tra i meglio organizzati al mondo quanto a servizi. C’è soprattuto però una forte identità artistica per cui molti nel corso degli anni hanno trovato in questo festival un dimensione pienamente rispondente a un gusto.


Leggendo le discussioni sul gruppo Facebook Primavera Sound Italia, che riunisce la community italiana, si capisce il livello e il valore di tutto questo. Molti sono veterani e partecipano da vent’anni ma in generale ognuno condivide ricordi e impressioni, consigli su gruppi da vedere, perplessità rispetto ad alcune scelte. È una community di persone che nella maggior parte dei casi ha costruito intorno al Primavera una ritualità, che comprende anche la foto di gruppo durante ogni edizione.
Rimane la forte identità di quello che ormai è diventato un brand che è andato oltre Barcellona, il Primavera si svolge in forma ridotta anche a Porto, Buenos Aires e Santiago del Cile. C’è la coerenza di una programmazione che ogni anno tiene insieme i generi più diversi risultando comunque fedele alla propria linea. E c’è la coerenza di una realtà culturale che ha sempre scelto chiaramente da che parte stare, soprattutto rispetto alla questione mediorientale.
All’ingresso dei palchi principali quest’anno una foto del cantante Woody Guthrie che imbraccia la sua chitarra con su scritto «This machine kills fascists». Nonostante la pioggia del giovedì e la cancellazione del concerto dei Massive Attack che sarebbe dovuto essere il più politico, il Primavera Sound 2026 un segno lo lascia sempre.







