«Alla Luiss il Campiello si sente a casa»

I cinque finalisti presentano per la prima volta i loro libri in un evento nell’università romana

«Chiedi al barista se fanno anche i cocktail», dice lo scrittore Ermanno Cavazzoni all’ufficio stampa di Quodlibet, la sua casa editrice, in fila al banco del buffet. D’altronde «in Russia la vodka ci ha regalato Dostoevskij e Tolstoj, c’è dell’alcool che rende intelligentissimi», aveva raccontato poco prima durante la serata di presentazione dei libri finalisti del Premio Campiello 2026 all’Università Luiss di Roma. La prima di un tour estivo, in attesa della premiazione il prossimo 3 ottobre a Venezia.

Li fanno, i cocktail, perché Marcello Fois, in cinquina insieme a lui, si allontana con uno spritz in mano, poco più in là. Cammina verso il tavolo dove altre due candidate, Valeria Parrella ed Elena Varvello, cenano insieme, nel cortile di viale Romania. È la direzione opposta rispetto a quella dell’abito verde salvia di Alcide Pierantozzi, il quinto, in gara con Lo sbilico, fermo dietro la ring light dei giornalisti che lo intervistano.

L’evento letterario si trasforma in una cena familiare, se è vero che «qui alla Luiss il Campiello si sente a casa», come spiega la presidente del comitato di gestione del premio, Mariacristina Gribaudi. C’è una famiglia anche al centro de L’immensa distrazione, l’opera di Fois, che sottolinea come «la letteratura spiega alle nuove generazioni che i diritti acquisiti vanno tutelati, non sono scontati: dobbiamo difendere l’edificio che ci siamo costruiti».

Un compito che i giovani hanno già preso sul serio dice Parrella parlando del suo romanzo La ragazzina, dove la storia di Giovanna D’Arco intreccia quella dei nostri giorni: «C’è sempre un momento in cui qualcuno, spesso una donna, arriva e sa dove andare, sposta l’orbita del mondo mentre sposta sé stessa». Cita l’attivista svedese Greta Thunberg, il modo in cui «ha saputo mettersi di traverso a un potere esuberante, maschile, che non vuole lasciarsi dire cosa fare».

Per Varvello, autrice di La vita sempre, resoconto di un amore al tempo della Resistenza, «quando si parla dei ragazzi bisogna saper credere». Che siano pronti, che la vita li abbia preparati, in silenzio, per il futuro. Pierantozzi, invece, il più giovane della cinquina, ha paura di non essere capito. «Parlo da un piano distaccato della realtà», ammette, «il mio uso della lingua è patologico».

Una soluzione, Cavazzoni, ce l’avrebbe. In questo mare di parole, «troppe e incessanti», come scrive in Storia di un’amicizia, omaggio al suo legame con lo scrittore Gianni Celati, dovremmo spegnere tutto: «Basta televisione, basta radio, non guardare più i telegiornali, per non farci schiacciare la mente». A lui ne resta qualcuna da scambiare, di parola, in penombra, sui divanetti del salottino della Luiss. Parrella, intanto, saluta e porta via il suo trolley rosa. Il nuovo viaggio del Campiello è appena iniziato.

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