Il figlio Eugenio: «Tante domande ancora aperte»

Il ricordo dell'agguato, degli anni di piombo e del magistrato che sfidò il terrorismo nero

Immagina di avere vent’anni. O meglio: diciannove, a pochi giorni dal compleanno. Un esame di universitario da preparare, il caldo di luglio che si incolla ai muri di Roma. Sei a casa a studiare. Senti una raffica di colpi. Corri giù per le scale. Tuo padre è nella sua macchina, una Fiat 125. Il sangue gli macchia la camicia fino a bagnare l’asfalto.

Era il 10 luglio 1976. L’uomo assassinato era Vittorio Occorsio, sostituto procuratore della Repubblica a Roma, il magistrato che aveva seguito alcune delle inchieste più delicate della storia repubblicana: la strage di Piazza Fontana, il tentato golpe Borghese, i rapporti tra terrorismo nero, criminalità organizzata, massoneria e apparati deviati dello Stato. L’uomo che lo aspettava sotto casa, in via del Giuba, era Pierluigi Concutelli, dirigente di Ordine Nuovo, l’organizzazione neofascista che il giudice aveva contribuito a colpire con le sue indagini.

A raccontare quel giorno è suo figlio Eugenio Occorsio, giornalista e presidente della Fondazione Vittorio Occorsio: «Ho sentito gli spari e sono sceso precipitosamente. Papà era già morto, in un lago di sangue. Ho allungato la mano verso di lui, ma qualcuno me l’ha fermata, mi ha tirato indietro di qualche metro».

In casa, quella mattina, non c’erano né la madre né la sorella. Era luglio, tempo di vacanze, di partenze anticipate, di famiglie che cercavano un po’ di fresco fuori Roma. «Per fortuna mia madre e mia sorella non erano lì. Mia sorella era già al mare con degli amici. Mia madre era dai suoi genitori. Ci saremmo dovuti ritrovare dopo qualche giorno, quando sarebbero iniziate anche le ferie di mio padre».

Eugenio era rimasto nella Capitale per studiare: «Il lunedì dopo avevo l’esame di  Diritto pubblico. Ci sono andato lo stesso. Non mi hanno regalato niente».

Roma, nell’estate del 1976, viveva una violenza quasi quotidiana. Le aggressioni tra militanti di destra e di sinistra erano continue. Le organizzazioni terroristiche colpivano magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni, dirigenti d’azienda, professori.

«C’era un’atmosfera molto tesa. Fascisti contro comunisti. Botte, spranghe, bottiglie in testa. Io ero abbastanza di sinistra e dovevo stare attento ai fascisti».

Sui muri comparivano scritte come “Occorsio boia, morirai”. Arrivavano telefonate minatorie. Anche la famiglia aveva imparato a convivere con le minacce e la paura. Per anni, dai tempi di piazza Fontana, il giudice aveva vissuto sotto scorta. Poco prima dell’agguato, la protezione gli venne revocata. Conosceva il lavoro che faceva, e sapeva che davanti a un commando deciso a uccidere anche gli agenti avrebbero potuto pagare lo stesso prezzo. «Diceva sempre: “Se ti vogliono ammazzare, ti ammazzano. È inutile sacrificare due giovani ragazzi”». Il 10 luglio 1976 era solo.

Negli ultimi mesi, Vittorio Occorsio stava lavorando a un quadro che univa ambienti diversi della destra eversiva e dei poteri occulti. Aveva già istruito il primo processo contro Ordine Nuovo, il movimento neofascista sciolto nel 1973. Continuava a seguirne le ramificazioni, i contatti, le sopravvivenze. «Stava cercando di rimettere insieme i pezzi. Di capire i nessi tra la loggia P2, il clan dei Marsigliesi, i servizi deviati e il terrorismo nero».

Mezzo secolo dopo, per Eugenio, quel mosaico resta incompleto. L’esecutore materiale ha un nome. Il contesto è stato ricostruito. Ma molte connessioni non sono chiare: «Molti puntini non sono mai stati uniti. Sono emerse responsabilità, collegamenti, ma tante domande sono rimaste aperte».

Nel 2020 la famiglia ha creato la Fondazione Vittorio Occorsio, nata per parlare agli studenti di terrorismo, democrazia, giustizia, memoria. «Entriamo soprattutto nelle scuole. Con noi vengono magistrati, professori universitari, giornalisti. Per tanti ragazzi gli anni di piombo sono lontanissimi. Per questo bisogna continuare a raccontarli».

Prima delle scuole, però, c’era stata una domanda. «Mio figlio, da piccolo, aveva sentito parlare del giudice Occorsio a scuola e mi chiese: “Chi era?”. Da quella domanda è nato il libro Non dimenticare, non odiare, uscito nel 2011.»

Eugenio cominciò a scrivere per la necessità di spiegare a un figlio il nonno che non aveva conosciuto e, insieme, gli anni in cui quella morte era avvenuta. Un racconto familiare, ma non privato: ricordare Vittorio Occorsio significa anche spiegare un Paese attraversato dalla violenza politica, dagli attentati, dalle organizzazioni armate, dalle zone d’ombra tra eversione e apparati dello Stato. «Comprendere quel periodo significa capire quanto sia fragile la democrazia. Non possiamo permettere che tutto questo venga dimenticato».

Il 10 luglio, nell’anniversario dell’attentato, è in programma una cerimonia davanti alla lapide di via del Giuba. Poi una messa nella cappella della Corte di Cassazione.

Oggi Eugenio Occorsio ha settant’anni. O meglio: sessantanove, a pochi giorni dal compleanno. Proprio come quel ragazzo che, in un luglio di cinquant’anni fa, lasciò i libri sul tavolo e corse giù per le scale. E che da allora custodisce le due anime di questa storia: quella del padre rimasto ucciso mentre andava in ufficio e quella del magistrato che aveva provato a leggere il lato più oscuro della Repubblica.

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