Vittorio Occorsio, cinquant’anni senza scorta

Il 10 luglio 1976 il magistrato romano veniva ucciso da Ordine Nuovo perché «sapeva troppo»

Sabato mattina, 10 luglio 1976. Il magistrato Vittorio Occorsio, 47 anni, esce di casa nel quartiere Trieste, a Roma. Sale sulla sua Fiat 125 special, ma non ha la scorta: gliel’hanno tolta pochi giorni prima, senza una spiegazione chiara. All’incrocio tra via Mogadiscio e via Giuba c’è Pierluigi Concutelli, comandante militare dell’organizzazione eversiva di destra Ordine Nuovo, insieme a un complice che dà il segnale. Trentadue colpi di mitra colpiscono Occorsio a pochi metri da dove abita, tre giorni prima delle ferie che aveva rimandato in attesa del rientro dell’amico Ferdinando Imposimato, con cui sta lavorando ad un’indagine sui sequestri di persona a scopo di estorsione nel territorio romano. L’omicidio viene rivendicato dal movimento terroristico con un volantino lasciato nell’auto della vittima,  dove lo si accusa di aver «servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di Ordine Nuovo».

Perché Occorsio, e non un altro sostituto procuratore tra i tanti che negli anni Settanta si occupano di eversione? «È il primo in Italia ad occuparsi in modo completo delle trame estremiste degli anni di piombo», spiega a Zeta Daniele Piccione, già capo dell’Ufficio di segreteria della Commissione parlamentare d’inchiesta antimafia e autore del libro “Quel che resta del buio. Vittorio Occorsio nel cuore della Repubblica” (Mimesis edizioni, 2026). Piano Solo, Piazza Fontana, Ordine Nuovo, banda dei Marsigliesi, P2: Occorsio le attraversa tutte, e ne coglie le connessioni reciproche.

Lo storico Miguel Gotor aggiunge un secondo tratto, oltre al coraggio: l’imparzialità. Occorsio finisce per la prima volta nel mirino dell’estrema destra quando si convince dell’innocenza dei giornalisti de L’Espresso Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari, che nel 1967 vengono querelati dal generale Giovanni De Lorenzo, capo del Sifar, i servizi segreti militari di allora, dopo aver pubblicato un’inchiesta sul “Piano Solo”. Una serie di articoli sul periodico porta alla luce un tentativo di colpo di Stato da parte dei Carabinieri con cui De Lorenzo nel 1964 avrebbe voluto neutralizzare il governo Moro III, basato su una coalizione di centro-sinistra. Due anni dopo Occorsio diventa però obiettivo anche dell’eversione di sinistra: quando, dopo la strage di Piazza Fontana del 1969, chiede il rinvio a giudizio dell’anarchico Pietro Valpreda come esecutore materiale dell’attentato. «Se un magistrato, con le sue inchieste, riceve rimostranze sia da destra sia da sinistra, questo è un indizio corposo del fatto che fa il suo lavoro in modo imparziale, seguendo la propria coscienza», commenta Gotor a Zeta.

Occorsio era da tempo considerato il principale nemico di Ordine Nuovo. Una sua inchiesta del 1973 porta alla condanna dei principali dirigenti e alla decisione del ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani di sciogliere il movimento applicando per la prima volta la legge Scelba, che vieta la ricomposizione del partito fascista. Ma nei mesi precedenti alla sua morte il magistrato sposta l’attenzione su un terreno ancora più scivoloso: «quello dei legami tra criminalità organizzata, rappresentata a Roma dalla banda dei Marsigliesi, eversione neofascista e massoneria, nei panni della P2 di Licio Gelli», spiega Gotor, in riferimento alla loggia segreta che puntava a infiltrarsi e a condizionare le istituzioni democratiche italiane, e la cui pubblicazione della lunga lista di appartenenti nel 1981 porta a uno scandalo politico. «Occorsio aveva capito le attività di Gelli», dice Piccione, «compreso il progetto di un’organizzazione massonica mondiale, la Ompam».

Uccidere Occorsio, quindi, non è solo vendetta, ma «eliminare un archivio vivente che sapeva troppo», commenta Gotor.

Il 16 marzo 1978 la Corte d’Assise di Firenze condanna Concutelli e il complice Gianfranco Ferro come esecutori mondiali, ma sui mandanti ci vorranno quasi vent’anni e undici gradi di giudizio per arrivare a diverse assoluzioni per insufficienza di prove.

Mario Amato, la stessa solitudine

Le indagini di Occorsio passano al magistrato palermitano Mario Amato, che ne eredita metodo e obiettivi, spostando il focus sui Nuclei Armati Rivoluzionari, anch’essi militanti nell’estremismo di destra. Amato viene ucciso nella tarda primavera del 1980, alla fermata dell’autobus, da un commando dei NAR: neppure lui era accompagnato da una scorta. «La sua è una vicenda ancora più drammatica», racconta Piccione. «A differenza di Occorsio, Amato aveva denunciato davanti al Consiglio Superiore della Magistratura il proprio isolamento. Non bastò». Secondo Gotor, il contributo di Amato rimane decisivo: è lui a capire che i NAR non sono un’organizzazione strutturata ma una sigla usata da soggetti diversi della stessa galassia neofascista.

La memoria oggi

Cinquant’anni dopo, il nome di Vittorio Occorsio è legato a una fondazione che porta il suo nome e che s’impegna a coltivare la memoria degli anni Settanta e delle sue vittime. Lo scorso 10 giugno l’Aula Magna della nuova sede della Corte d’Appello di Roma è stata intitolata ad Amato e Occorsio, mentre il tribunale penale di Roma ospita un’aula dedicata al magistrato romano. Un gesto piccolo, in un palazzo di giustizia che entrambi avevano attraversato ogni giorno, spesso da soli.

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