Il gioco senza fine, Beckett a Spoleto

Nel carcere di Maiano uno spettacolo realizzato dai detenuti ispirato al premio Nobel Irlandese

Fino a ventidue anni Rick Cluchey non era mai stato in un teatro, «neanche per rubare». Nel 1954 fu arrestato per rapina a mano armata e condannato all’ergastolo. Tre anni dopo, nel carcere di San Quentin, in cui era rinchiuso nel reparto di massima sicurezza, sentì risuonare i dialoghi di Aspettando Godot di Samuel Beckett.

A quello spettacolo, messo in scena per i detenuti, non aveva potuto assistere perché considerato a rischio evasione. Per i successivi nove anni, fino alla commutazione della pena, diresse il Laboratorio Teatrale del carcere, ispirandosi in gran parte alle opere di Beckett.

Tornato in libertà divenne a sua volta autore teatrale, conobbe Samuel Beckett e con lui lavorò come attore e co-regista. Fu in grado di interpretare i suoi personaggi come pochi altri attori, cogliendo il senso profondo di testi sul cui significato la critica ancora si interroga.

Aspettando Godot colpì profondamente anche gli altri detenuti del carcere di San Quentin. Lo videro come un riflesso della propria condizione, un’opera sull’essere in gabbia, sull’attesa che diventa ossessione fino a perdere di senso.

L’impatto «così immediato e profondo» che quello spettacolo d’avanguardia, incomprensibile per il pubblico dei teatri, aveva avuto sulla popolazione carceraria interrogò anche Martin Esslin, che di Beckett è stato uno dei maggiori studiosi, quello che definì il suo teatro «dell’assurdo».

Era una questione di «familiarità»: chi poteva meglio di un detenuto riconoscersi nella ripetitività di quei gesti, nell’inconcludenza di quei dialoghi trascinati avanti all’inverosimile? Dopo San Quentin e Rick Cluchey il legame tra l’opera di Beckett e l’esperienza carceraria è diventato materia accademica e quell’incontro ha ispirato altre storie di teatro negli istituti di pena.

Una è quella del carcere di Maiano, a pochi chilometri da Spoleto, dove Giorgio Flamini da trent’anni dirige il laboratorio teatrale. La compagnia si chiama «Sine Nomine» e nel 2012 per la prima volta è entrata nel programma ufficiale del Festival dei Due Mondi fondato da Gian Carlo Menotti.

Quest’anno nell’area del campo sportivo del carcere è andato in scena uno spettacolo ispirato a Samuel Beckett, scritto e interpretato dai detenuti. Il titolo è «Innominabile 27», che unisce il titolo dell’ultimo capitolo della «trilogia» di Beckett e l’articolo della Costituzione che definisce la pena come percorso di rieducazione.Lo spettacolo è dedicato alla memoria del magistrato Luigi Daga, che per primo nel 1982 rese possibile la partecipazione dei detenuti del carcere di Rebibbia al Festival di Spoleto.

Il carcere per l’occasione ha funzionato veramente come un teatro: biglietto alla mano, botteghino all’esterno, la polizia penitenziaria che svolge il ruolo delle maschere di sala. I protocolli sono rigidi, non entrano cellulari, controlli all’ingresso e il pubblico scortato in ogni spostamento.

Il percorso verso il «palcoscenico» è parte dello spettacolo. Si inizia al di là del varco riservato ai mezzi. Una volta chiusi i cancelli si aspetta che qualcuno dia indicazioni su dove e come proseguire. Da due altoparlanti piazzati in alto provengono suoni che anticipano l’atmosfera dell’interno vero e proprio. Quattro ballerine, con abiti neri e viso truccato di bianco, si muovono danzando tra il pubblico in attesa. Poi iniziano a scandire dei numeri davanti alla serranda avvolgibile che porta al centro del carcere.

C’è chi inizia a guardarsi intorno disorientato, chi si chiede cosa tutto quello voglia dire, se a un certo punto ci sarà qualcuno a spiegare. Il varco si apre e ci si ritrova di fronte a un enorme peluche. Nel frattempo è arrivato il regista, con la barba tinta di blu, quasi a confondersi con i personaggi. Insieme ad altri attori che si aggiungono lungo il percorso, guida il pubblico verso la platea, allestita nel campo sportivo.

Gli spazi esterni del carcere sono larghi e silenziosi, un attore vestito con abiti logori, anche lui col volto imbiancato, «farnetica» al passaggio degli spettatori. «Non ho bisogno che mi nominiate», «Il mondo lo abbiamo messo in pace come una volta lo mettemmo in croce». Si pensa automaticamente a qualche passo da un’opera di Beckett. Le altre maschere pallide che accolgono il pubblico, figure clownesche e spettrali allo stesso tempo, sembrano d’altronde richiamare Godot o Finale di partita.

Si arriva alla platea, posti assegnati e un grande palco anche questo pienamente ispirato all’immaginario di Beckett, disposizione quasi geometrica dei corpi e della scena, elementi di scena che ricordano un quiz televisivo. Oltre alla scenografia principale c’è un contorno che ricorda un circo dismesso, con comparse che ogni tanto interferiscono con gli attori, un po’ come le irruzioni di Nagg e Nell in Finale di partita.

Inizia il «gioco», un’intermittenza di voci «senza nome» si alternano sul palco. Ancora frasi «beckettiane» («persone lasciate ammollo nel tempo», «qui tutti fanno le prove») ma poi discorso e dialoghi tornano alla realtà del carcere e di quelle vite rinchiuse.

Dopo aver visto una versione di Aspettando Godot in televisione Beckett aveva detto che il suo spettacolo non era stato scritto per quello «scatolo», ma «per piccole persone rinchiuse in un grande spazio». Nel carcere di Spoleto però non una parola pronunciata dagli attori proviene direttamente da un testo dell’autore.

Quando Giorgio Flamini, il regista, alla fine dello spettacolo ce lo conferma è ancora maggiore il senso di stupore per quelle «voci» scritte interamente dai detenuti. Beckett era lo sfondo, lo sono le atmosfere del suo teatro e dei suoi romanzi. Tra gli attori in scena c’è però chi ha familiarità con l’autore irlandese, in particolare «Il Rinnegato» (così si fa chiamare), che è in carcere da trentadue anni.

Aveva già lavorato insieme a Flamini ad Aspettando Godot preparando il personaggio di Lucky, che arriva in scena tenuto al guinzaglio da Pozzo. Fu proprio pensando alla condizione di quel personaggio che Rick Cluchey per primo riconobbe la sua condizione in quell’uomo costretto a qualcun altro da una corda.

E rileggendo il monologo di Lucky, che per Flamini è uno dei testi più belli della drammaturgia contemporanea, di «quel dio personale dalla barba bianca» che «ci vuole tanto bene salvo le debite eccezioni», le storie sul palco di Maiano sembrano tutte avvicinarsi al paesaggio umano di Beckett.

Storie di suicidi in carcere, 80 solo nel 2025, numeri che resteranno numeri. Non c’è retorica nelle parole degli attori, anche il racconto è ridotto al minimo, quanto basta per mettere il pubblico di fronte a ciò che normalmente è fuori dalla scena. Anche la sessualità dei detenuti non è tabù, anzi. Se ne parla con un’ironia improvvisa, quasi liberatoria, senza imbarazzo.

Dicevamo, il sottofondo. Rappresentare può anche voler dire staccarsi dai testi. In questo caso viene «prima la voce», quella dei detenuti. Beckett è la premessa da cui il regista è partito, ma questo era innanzitutto un gioco di riappropriazione. I testi, come le storie, sono in questo caso di chi li pronuncia e non c’è nulla che non si tenga in questo equilibrio perfetto tra vita e letteratura.

Podcast ZetaPOD

Podcast

TG ZetaTG

TG

GR ZetaGR

GR

Iscriviti a
Zeta Data Lab

Iscriviti alla nostra newsletter