Los Angeles secondo Ellroy, il documentario di Francesco Zippel

James Ellroy intervista Francesco Zippel

«Los Angeles è uno schermo Panavision in bianco e nero su cui proietto i miei libri», racconta lo scrittore americano James Ellroy. Da questa immagine prende forma Ellroy vs L.A., il documentario di Francesco Zippel presentato il 9 e il 18 marzo alla Casa del Cinema di Roma per il ciclo “City Lights”, dedicato alla città degli Oscar. Più che un ritratto dell’autore di Dalia Nera, il film costruisce un dialogo continuo tra Ellroy e Los Angeles, trasformata in uno spazio mentale dove memoria, crimine e immaginazione finiscono per coincidere: «Conosco solo la vecchia L.A., quella dei miei libri».

Nel 2024 il regista è volato a Denver, a casa di Ellroy, per un incontro durato una settimana, ottenuto dopo un primo scambio a voce: «Ogni volta che gli facevo una domanda, iniziava o finiva la risposta parlando di Los Angeles», racconta Zippel, che dopo aver lavorato al fianco di maestri del cinema come Wes Anderson e William Friedkin, si è specializzato nella produzione di documentari biografici. «A quel punto ho capito che c’era la possibilità di costruire un racconto diverso, in cui questa città potesse diventare un vero protagonista». Arricchisce il documentario la musica dei Calibro 35, un gruppo dalle sonorità calde e profonde.

Zippel struttura il racconto come una giornata ideale del giovane Ellroy negli anni Sessanta, uno schema che permette allo scrittore di attraversare il proprio passato, che spesso si intreccia con la grande storia. In una notte d’estate, Ellroy e i suoi amici hanno esagerato con le anfetamine e si affrettano a cercare una escort in giro: «Sembravamo in cerca di Godot, perché non l’abbiamo mai trovata». La città degli angeli caduti è invasa dalle sirene della polizia e loro credono che qualcuno li stia cercando. Invece è il 4 giugno 1968: Sirhan Sirhan, un palestinese nato in Giordania, ha appena ucciso il senatore Robert Kennedy all’Hotel Ambassador. «È la tipica giornata di un ventenne Ellroy».

James Ellroy sul set di Ellroy vs L.A.

A quei tempi, l’autoproclamato Dostoevskij della letteratura americana era solo un giovane che viveva di espedienti, entrando e uscendo dal carcere della contea: «Ero un ragazzino idiota a cui piaceva leggere, rubavo alcolici e bistecche». Leggendo gli agghiaccianti resoconti di The Badge, il libro in cui il creatore della serie Dragnet Jack Webb descriveva famosi delitti dagli archivi della polizia di Los Angeles, Ellroy scopre l’omicidio di Elizabeth Short, la Dalia Nera, un’aspirante attrice uccisa e mutilata nel 1947.

Un omicidio che gli ricorda in qualche modo quello di sua madre, vittima di una sorte simile nel 1958: «Elizabeth Short è diventata una controfigura di mia madre. C’erano molti punti in comune ed era come se le due donne si fossero unite». Questo pensiero lo avvicina al noir: «Sono ossessionato dal crimine e dalle indagini». E dai ragazzi in divisa blu che tenevano la città in pugno: «La mia relazione con la polizia di Los Angeles è fraterna. Anche in carcere ero sempre dalla parte dei poliziotti». 

Ellroy rivendica un’immersione totale in un tempo passato fatto di attricette, case cubiche e smog, lo stesso in cui ambienta i suoi romanzi: «Invento tutta la merda che scrivo, invento tutto». Un’immaginazione costruita sfogliando le storie hard boiled di Chandler e Hammett: «Non ho alcuna percezione della Los Angeles di oggi e quella di allora è comunque distorta dalla mia fantasia. È fantastico inventarsi il passato, il presente non mi interessa».

Prima che il film cominci, Zippel racconta l’emozione di aver conosciuto uno dei suoi scrittori del cuore, «un uomo di grandissima intelligenza, molto ironico, spiazzante, che dice sempre quello che pensa». In un tempo così conformista, aggiunge, «poter conversare per giorni con una persona del genere è stato qualcosa di speciale». Oggi Ellroy torna di rado a Los Angeles: l’ultima volta, intravedendo la gigantesca scritta Hollywood dall’oblò di un aereo, ha pensato: «Che merda, ancora tu». Eppure resta legato alla città dei suoi racconti: «Vieni a L.A. in vacanza, torni in libertà vigilata».

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