«Non mi dimetto, anzi. Sono pronta a presentarmi al prossimo Consiglio dei ministri». La ministra del Turismo Daniela Santanchè risponde così alla richiesta di farsi da parte avanzata da Giorgia Meloni.
Per la premier e per il governo sono giorni difficili: dopo la sconfitta al referendum, martedì 24 marzo sono arrivate le dimissioni di Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro, rispettivamente capo di gabinetto del ministro Nordio e sottosegretario alla Giustizia. Tutto dopo la richiesta di farsi da parte della stessa Meloni. Ma la rinuncia dei due non basta alla presidente del Consiglio, che cambia la linea seguita finora e decide di non proteggere più nessuno: non vuole lasciare alibi a chi l’attacca.
Così nel mirino finisce anche Daniela Santanchè, ministra del Turismo e membro di Fratelli d’Italia, coinvolta nelle vicende legate alle presunte irregolarità di bilancio del gruppo editoriale Visibilia, nel procedimento per una truffa da 126 mila euro ai danni dell’Inps e nelle indagini per bancarotta fraudolenta di tre società da lei possedute tra il 2021 e il 2025. Alla richiesta di Meloni, Santanchè avrebbe risposto con un netto rifiuto.
Tra i due fuochi resta Ignazio La Russa, che fa da tramite. Il presidente del Senato è il numero due di Meloni in Fratelli d’Italia e «l’amico che non tradirà mai» di Santanchè, con cui è solito trascorrere le vacanze da anni. È stato lui a chiamare la ministra per comunicarle la decisione della premier. I contatti tra i due sono andati avanti per tutta la giornata di martedì, fino a notte. Non è bastata neppure una nota di Palazzo Chigi, diffusa attorno alle 20, in cui Meloni auspica pubblicamente le dimissioni di Santanchè.
Alla mancata rinuncia al dicastero reagiscono anche le opposizioni, che poco prima delle 11 di oggi hanno depositato una mozione di sfiducia alla Camera, firmata da Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione, Italia viva e +Europa. Ora la partita si sposta in Parlamento: sarà la discussione sulla sfiducia, prevista per lunedì 30 marzo alla Camera, a misurare davvero la tenuta del governo.








