Vesuviano e il 23esimo Arcano: la rotta di un Pirata tra medicina e musica

Il cantautore napoletano si racconta tra identità artistica, formazione medica e visione creativa

Per chi non lo conoscesse, Vesuviano è un volto emergente del fertile panorama musicale napoletano. Artista dall’immaginario ricco, fonde la scuola cantautorale partenopea con influenze musicali “senza confini”: dal soul al folk, dall’R&B alla musica popolare. I suoi riferimenti musicali sono Roberto Colella, Enzo Avitabile e Pino Daniele. Fuori da Napoli, sogna di arrivare a fare un feat con Stromae. Carmine Lauretta, invece, è un medico chirurgo specializzato in igiene e medicina preventiva che si occupa di organizzazione delle strutture sanitarie.

I due convivono dietro lo stesso paio di occhiali pirateschi. Quando li indossa, Vesuviano diventa per tutti “’o capitano”. Nato nel 1994 e profondamente legato al tessuto urbano della periferia napoletana, porta con sé fin dall’infanzia una duplice vocazione: quella medica, accesa a 6 anni dall’esperienza dello zio allora in attesa di un trapianto di cuore, e quella musicale, maturata a partire dai 12 anni con lo studio del flauto traverso.

«L’immaginario piratesco ha lo scopo di dare una direzione»: alle sue due vite, quella di musicista e quella di medico, e alla ciurma di 48 tra musicisti, costumisti, attori e artisti che si sono arruolati sulla sua nave. Una nave che, a fine gennaio, è approdata sul palcoscenico della Casa della Musica del Teatro Palapartenope con Arcana Circus, lo spettacolo che porta in scena l’album Arcana XXIII, Vol. 1, uscito a novembre.

Il concept di Arcana XXIII, Vol. 1 è quello di «una mappa per affrontare le proprie ombre, un viaggio di risalita interiore che trasforma il dolore in consapevolezza». Attraverso i simboli dei tarocchi, Vesuviano racconta l’evoluzione del “Folle”, protagonista che attraversa le macerie della “Torre” e l’oscurità del “Diavolo”, fino a rinascere sotto la luce del “Sole”. Qui l’amore non è più un peso, ma una forza accettata nella sua interezza, un passaggio necessario per approdare alla figura del “Pirata”, l’arcano che «non è più un individuo in balia della propria follia, ma qualcuno che ha imparato a domarla e a usarla come strumento di libertà». Da qui nasce il 23 del titolo di Arcana: «Nei tarocchi gli arcani maggiori sono 22. Il 23 è il mio numero fortunato da sempre; quando mi sono reso conto che mancava il ventitreesimo tarocco, ho voluto battezzarlo io: il Pirata».

Lo spettacolo teatrale non è stato pensato in un secondo momento rispetto al disco: i due progetti sono stati concepiti insieme e si sono influenzati a vicenda durante tutta la fase creativa. In Arcana Circus la narrazione musicale e quella drammaturgica si fondono in un’esperienza immersiva, in cui i testi dell’album fanno da filo conduttore all’intera produzione. Se l’album segue i canoni classici dell’ascolto, a teatro Vesuviano, “‘o pirata”, rimescola l’ordine dei brani per metterli al servizio della narrazione scenica.

«È stata un’esperienza fantastica, un’emozione che in me ha scatenato uno scatto energetico che non riesco a descrivere. Sono passato a un altro livello di consapevolezza di me e di tutto il collettivo». Lo spettacolo, scritto a quattro mani con Marta Scherillo e portato in scena con il collettivo artistico Radici, ha fatto il tutto esaurito: «Speriamo di poter salpare dal golfo di Napoli e portare Arcana Circus verso altri porti, anche nelle scuole».

C’è stato un periodo in cui Vesuviano non era ancora Vesuviano, ma soltanto Carmine: un giovane medico appena laureato, con un progetto musicale ancora in fase embrionale e la sensazione di non essere ancora “diventato un pirata”. Attorno a lui, però, cresceva la pressione di chi leggeva quel doppio percorso come una contraddizione insanabile. «Le persone me la facevano vivere come una scissione», racconta. È proprio da quella frattura interiore che nasce Aria, il brano con cui ha provato a dare forma a quel conflitto.

Tuttavia, con il tempo Carmine è arrivato a una consapevolezza diversa: ha capito che quella scissione «è vera solo se le dai potere». Così ha smesso di vivere medicina e musica come due mondi inconciliabili. Anzi, proprio ciò che per anni aveva percepito come un limite si è rivelato una risorsa decisiva. La medicina, infatti, gli ha garantito l’indipendenza economica necessaria per fare la musica che voleva, senza compromessi: «I soldi che guadagnavo con la medicina erano essenziali affinché facessi la musica che volevo io, mi rendevano indipendente; quello che demonizzavo prima, in realtà, era il mio più grande dono».

Questo “dono” è stato anche metodologico: Carmine ha traslato il rigore della sua specializzazione in management delle strutture sanitarie e del coordinamento delle equipe direttamente nella direzione della sua ciurma. “L’ho ritrovato nella coordinazione della mia equipe musicale quando ancora non era tale”, spiega l’artista. In questo complesso meccanismo, Vesuviano agisce come un comandante che traccia la rotta: “Capitano dove andiamo? Come ci arriviamo? Lo sa il navigatore, ma la delega della funzione è sempre subordinata all’indirizzo che do io a monte”.

Essere un pirata, per Vesuviano, significa muoversi con «la naturalezza di chi fa di tutto per non essere condizionato dallo sguardo esterno», affidandosi a una «bussola morale interna» di cui fidarsi ciecamente. Questa indipendenza intellettuale lo ha spinto a esporsi con forza sul tema del popolo palestinese: in un suo brano compare apertamente la parola “genocidio”, scelta che rivendica come gesto preciso di presa di posizione.

Il pezzo in questione, uscito come anticipazione dell’album, si apre con un verso che oggi suona come una riflessione particolarmente attuale: «Ultimamente pare che il diritto sia una questione di prospettiva». Un passaggio che, come sottolinea lui stesso, ha preceduto di mesi il dibattito istituzionale: «Quel verso ha anticipato di sei mesi le dichiarazioni del ministro Tajani, secondo cui il diritto internazionale conta, ma solo fino a un certo punto».

Il punto sollevato da Vesuviano va oltre la cronaca politica: «Opporsi a certe ingiustizie non è una questione di coraggio, ma un atto di umanità che dovrebbe appartenere a chiunque». La sua è una riflessione sulla responsabilità collettiva, senza zone grigie: «Noi oggi non sappiamo qual è il tavolo al quale vengono prese certe decisioni, né chi vi partecipa. Questo significa che è solo questione di fortuna e di tempo prima che tocchi a noi. E a quel punto, chi non ha parlato quando la guerra la subivano altri, dovrà accettare che il proprio destino sia stato frutto anche del proprio silenzio».

Al di là della simbologia dei tarocchi e della denuncia politica, il percorso di Vesuviano resta saldamente ancorato alle sue radici. Il legame con la città è fortissimo: «Di Napoli amo soprattutto le persone, è la mia filosofia intrinseca». Carmine ritrova la chiave della propria ispirazione proprio nell’umanità dei vicoli, in quei napoletani che possiedono «una resilienza e un livello di accettazione della vita encomiabile». In questo modo di stare al mondo, capace di piegarsi alle tempeste senza spezzarsi, Vesuviano riconosce il sentimento che anima la sua poetica: «È il sentimento con cui porto avanti la mia poetica», conclude. Una rotta che, partendo dall’ascolto delle proprie ombre, approda a una consapevolezza più ampia, dove il dolore, dopo essere stato compreso, non è più un limite ma può diventare un punto di partenza.

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