Un concerto ostico ma sorprendente. Pochi ritornelli da cantare, melodie difficili da afferrare ma un’intensità che resta addosso. La sera del 26 marzo, sul palco del Largo Venue di Roma, i caroline hanno aperto la loro prima tournée italiana — prossime tappe Bologna e Milano — per presentare caroline 2 (uscito lo scorso maggio) e scaldare i motori in vista del Primavera Sound di Barcellona, dove suoneranno a giugno.
I membri fondatori del gruppo, Casper Hughes, Jasper Llewellyn e Mike O’Malley, hanno iniziato a suonare insieme nel 2017. Llewellyn e Hughes si erano conosciuti all’università, per poi ritrovare a Londra il vecchio amico O’Malley. Provavano nella stanza sopra un pub del sud della città. «Quando i brani hanno iniziato a prendere forma, abbiamo sentito che serviva un violino», racconta O’Malley. Così è arrivato Oliver Hamilton.
Mentre il suono si espandeva, anche la band è cresciuta grazie a Freddy Wordsworth (tromba e basso), Magdalena McLean (voce e violino), Hugh Aynsley (percussioni) e Alex McKenzie (flauto, clarinetto, sassofono). Otto musicisti che, verso la fine del 2019, hanno trovato un equilibrio proprio nell’instabilità. Le loro canzoni — ampie, emotive, attraversate da un canto quasi corale — attingono da emo e folk, con la libertà del post-rock.
Un’ora di concerto e un suono identico — se non superiore — alla registrazione in studio. caroline 2 vive tra melodie struggenti e irresolute, testi schietti e lamentosi e improvvisazione analogica. In apertura, un sassofono distorto genera un feedback che attraversa le ossa. L’intero spettro delle frequenze si riempie. A ogni brano, la band ruota strumenti: la tromba cede il posto al basso, il violinista imbraccia una chitarra acustica e il batterista posa le bacchette per suonare una sei corde classica. Sembra che nessuno segua esattamente il tempo come otto musicisti chiusi in stanze diverse, legati da un ritmo segreto solo a loro noto, dando vita a un effetto ipnotico e inquieto allo stesso tempo.
Da Total euphoria a Tell me I never knew that, la band crea e rilascia la tensione attraverso ritmiche e dinamiche che giocano con la ripetizione, in un crescendo post-rock che a volte, invece di esplodere, implode. Tempi dispari, loop analogici, ostinati e acuti che tagliano l’aria. A volte pensi di sentire una voce, ma è un violino. Poi capita il contrario e così a ogni ascolto emergono nuovi dettagli.
Ritmi che accelerano e rallentano, strumenti acustici resi irriconoscibili e voci filtrate dall’autotune: i caroline rompono ogni struttura prevedibile, smantellano i generi e li rimescolano in una composizione quasi da camera. Qualcosa che va al di là della tecnica, che ha invece a che fare con le emozioni, laddove niente è prevedibile e tutto è sospeso.








