Il rione Sanità a Napoli rivive con l’arte

La cooperativa La Sorte nasce da giovani del quartiere e crea lavoro riaprendo luoghi dimenticati, trasformandoli in spazi gestiti direttamente dalla comunità

A Napoli, nel rione Sanità, tra motorini in doppia fila, panni stesi e balconi bassi, c’è la chiesa barocca di Sant’Aspreno ai Crociferi. Al suo interno le panche su cui siedono i fedeli non ci sono più. Al loro posto, le sculture dell’artista Jago. Marmo bianco, corpi realistici, superfici lisce. I visitatori si fermano davanti alle opere, seguono il racconto passo dopo passo. Le guide fanno parte de La Sorte, la prima cooperativa di comunità a Napoli, nata nel 2024. È una realtà costruita dagli abitanti del quartiere, che gestiscono direttamente spazi e attività, creando opportunità di lavoro per chi vive qui. All’inizio erano dodici soci, tutti under 30. Oggi danno lavoro a più di quaranta persone.

Nata per ospitare i palazzi dell’alta società e costruito su catacombe romane, nel tempo la Sanità è diventato uno dei luoghi più difficili della città. «Questo posto ha una storia travagliata, fatta di criminalità, spaccio di droga e guerre tra clan camorristici», racconta Raffaele Marfella, uno dei fondatori de La Sorte. «Fino a qualche tempo fa si diceva che chi entrava non sapeva se ne sarebbe uscito».

Il cambiamento inizia nel 2006. La catacomba di San Gaudioso prima e, poco dopo, quelle di San Gennaro, gallerie sotterranee scavate nel tufo e utilizzate nei primi secoli del cristianesimo come luoghi di sepoltura, vengono riaperte al pubblico dopo anni di chiusura. È un’iniziativa che parte dai cittadini. A guidarla è don Antonio Loffredo, parroco del quartiere. Insieme a lui un gruppo che prende in gestione i siti archeologici, la cooperativa sociale La Paranza.

Creano un modello: usare le risorse artistiche del territorio per generare opportunità. Attorno alle catacombe si sviluppano nuove attività: laboratori, percorsi educativi, iniziative culturali che coinvolgono i ragazzi.

«Io facevo parte dell’orchestra giovanile nata in quegli anni», racconta Raffaele. «È lì che ho scoperto la passione per la musica ed è per questo che mi sono iscritto al Conservatorio».

Così cresce una generazione che trova nel quartiere occasioni concrete di formazione. Gli stessi ragazzi che, qualche anno dopo, decidono di fondare La Sorte. «Siamo cresciuti qui, abbiamo ricevuto tanto. Abbiamo capito che volevamo restituire qualcosa alla comunità», sorride Raffaele.

Il nome arriva per caso. «Non sapevamo come chiamarci. Per gioco abbiamo scritto dei nomi su dei bigliettini e li abbiamo estratti. È uscito La Sorte. Poi abbiamo capito che ci rappresentasse: significa scegliere il proprio percorso, anche quando la via sembra già scritta, ma anche sentire la responsabilità di fare qualcosa per il posto in cui siamo cresciuti».

Nel frattempo, altri spazi vengono riaperti. Luoghi sacri ed edifici abbandonati da decenni tornano accessibili. Tra questi le chiese Sant’Aspreno ai Crociferi, che oggi ospita lo Jago Museum, e quella di Santa Maria Maddalena ai Cristallini, conosciuta come la Chiesa blu, recuperate con il progetto Luce al Rione Sanità. Dopo il restauro, la chiesa è stata dipinta in venti tonalità di azzurro con affreschi di artisti come Cruz, Gonsalez, alternati ai volti degli abitanti della Sanità. L’altare è la prua di una barca costruita con i resti in legno dei mezzi di fortuna che trasportano i migranti nei viaggi verso l’Italia. 

La cooperativa si occupa della gestione quotidiana degli spazi: accoglienza, organizzazione, visite guidate. Il nostro lavoro è far vivere questi posti, renderli accessibili, farli conoscere», spiega Raffaele.

I compiti sono divisi tra i soci. «Siamo una squadra», dice. «Una squadra di pallone, ognuno ha il suo ruolo». Raffaele segue la parte storico-artistica. Si è appena laureato in Archeologia all’Università di Bologna. «Voglio studiare, imparare, fare ricerca: prendere altrove quello che serve e riportarlo a casa, come un pirata», spiega Raffaele.

C’è chi segue la comunicazione, chi accompagna i visitatori, chi si occupa della parte amministrativa, come gestire le prenotazioni. C’è chi lavora come educatore di prossimità. «Sta in strada, parla con i più giovani, prova a coinvolgerli nei progetti della cooperativa offrendo un percorso lavorativo». I nuovi ragazzi vengono formati, imparano sul campo, studiano i luoghi, costruiscono il loro modo di raccontarli.

Le visite guidate allo Jago Museum e alla Chiesa blu, non sono tutte uguali. Le informazioni restano, ma il racconto cambia a seconda di chi accompagna. Le opere di Jago sono aperte all’interpretazione e le guide non seguono un copione fisso. «Alla fine del percorso guidato, ognuno racconta la propria storia, come siamo arrivati qui, cos’è la cooperativa», dice Raffaele.  

Tra il 2024 e il 2025 i visitatori sono più di 100.000. Arrivano da tutta Italia e non solo. «La cosa più emozionante è quando i napoletani si rendono conto della bellezza di ciò che hanno intorno», racconta Raffaele. «È riscoprire casa propria».

L’afflusso è controllato: le visite sono su prenotazione, gli ingressi contingentati, i gruppi piccoli. «Vogliamo evitare turismo di massa e gentrificazione», spiega. «L’idea è che ogni persona debba vivere un’esperienza autentica. Se entrasse troppa gente, il luogo perderebbe il suo senso».

L’obiettivo è far conoscere il quartiere senza trasformarlo. «Non vogliamo che la Sanità diventi una vetrina come altre zone di Napoli. La sfida è crescere senza perdere identità».

Tutto il rione collabora con La Sorte. «I commercianti vengono a prendere le brochure, parlano con i turisti, consigliano alle persone di venire qui», racconta Raffaele. «L’economia si muove insieme». I negozi restano aperti, i bar si riempiono, le botteghe degli artigiani non scompaiono.

«Noi raccontiamo il quartiere per quello che è davvero», conclude Raffaele. «Un posto pieno di storia, di arte e di persone». Una signora parla dalla porta di casa, qualcuno passa con le buste della spesa, un motorino si infila tra le persone. Una serranda è alzata a metà, il rumore di una radio accesa arriva da lontano. «It was all blue», era tutta blu, si sente dire da un turista, zaino leggero e guida in mano, appena fuori dalla chiesa dei Cristallini.

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