Regeni, il documentario delle polemiche

Dopo il mancato finanziamento, scattano le dimissioni alla Commissione Cultura

«Il mancato finanziamento al documentario “Giulio Regeni: tutto il male del mondo è l’ultimo di una serie di decisioni simili che mi ha portato a rassegnare le mie dimissioni con effetto immediato dalla Commissione», sono nette le parole pronunciate a Zeta da Paolo Mereghetti, critico cinematografico noto tra le altre cose per il suo dizionario enciclopedico di cinema che da trent’anni è un punto di riferimento per gli addetti ai lavori e gli appassionati del settore. L’annuncio arriva due giorni dopo la decisione della Commissione del ministero della Cultura alle opere cinematografiche e documentaristiche. Il film, Nastro d’argento alla legalità 2026 uscito nelle sale italiane lo scorso febbraio, nei dieci anni dal rapimento e dall’uccisione del ricercatore friulano in Egitto, non riceverà i “contributi selettivi” predisposti dai quindici esperti in base a criteri di “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale italiana”. A seguito delle polemiche scaturite dopo l’annuncio, la questione è diventata oggetto di una serie di interrogazioni alla Camera con cui Partito Democratico, +Europa e Alleanza Verdi Sinistra hanno chiesto risposte al ministro della Cultura Alessandro Giuli. 

«Non facevo parte della sottocommissione che ha dovuto giudicare il documentario», dichiara Mereghetti, ex membro della seconda sezione del gruppo di lavoro, che si occupa delle sceneggiature per cinema, tv, web e cortometraggi. «Non ho la più pallida idea delle motivazioni della decisione. Ma non sono d’accordo con questa scelta, così come la mancata assegnazione dei contributi a “Il fotografo dell’ombra”, docufilm di Roberto Andò dedicato alla figura di Ferdinando Scianna». Il critico, che ha raccontato di aver giudicato positivamente l’opera per il sito www.iodonna.it, ha scelto di non precisare per iscritto le ragioni delle dimissioni. Che però arrivano insieme a quelle del consulente editoriale Massimo Galimberti, componente della Commissione che ha negato i fondi e che ha parlato a SkyTg24 di «incompatibilità ambientale nell’analisi e nella valutazione degli elementi dei progetti».

«Forse tutto questo a qualcuno dà fastidio o fa paura» ha commentato a La Repubblica la famiglia Regeni tramite l’avvocata Alessandra Ballerini. «Le violazioni dei diritti umani che ha subito Giulio coinvolgono necessariamente tutti i cittadini e smuovono le loro coscienze», continuano: «Il successo che ha avuto nelle sale, il fatto che tanti Comuni, scuole, parrocchie e associazioni anche straniere stiano chiedendo di poterlo proiettare e l’adesione di 76 atenei italiani al progetto “Le Università per Giulio Regeni” certificano che questa opera non ha solo suscitato interesse, ma ha incontrato l’approvazione di moltissime persone».

«È una scelta politica», ha fatto loro eco Domenico Procacci per Fandango: «Il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto. Bocciare un progetto così non può essere una scelta di merito».

Protagonisti del documentario, diretto dal regista Simone Manetti, sono i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, che insieme alla loro legale e ai video e alle fotografie di repertorio ripercorrono la vita del giovane, scomparso a 28 anni al Cairo il 25 gennaio 2016 e fatto ritrovare qualche giorno dopo in una strada periferica della città con evidenti segni di tortura. Parte centrale dell’opera è il processo aperto nel 2021 contro quattro agenti della National security egiziana, accusati del sequestro e dell’omicidio di Giulio Regeni. Dopo un lungo stop, la corte ha rinviato la prossima udienza all’8 giugno e stimato l’arrivo della sentenza per settembre.

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