Premio Strega 2026. Michele Mari, I convitati di pietra 

Qualche mese fa Carlo Pizzati, su Repubblica, rifletteva sul destino della letteratura e del romanzo nell’era dei social e dell’intelligenza artificiale, indicando nell’autofiction (racconto di sé in prima persona) un antidoto alla riproducibilità di stili e strutture da parte degli algoritmi. L’esperienza incarnata, con tutte le sue contraddizioni, come “ultima forma di resistenza”.

Se si guarda ai recenti vincitori del Premio Strega — L’anniversario di Andrea Bajani (2025), Come d’aria di Ada d’Adamo (2023), Due vite di Emanuele Trevi (2022) — colpisce la ricorrenza dell’elemento autobiografico e della prima persona. I libri premiati, naturalmente, non bastano a rappresentare da soli l’intero panorama letterario italiano, né possono intendersi come campione esaustivo delle sue tendenze. C’è però di sicuro un aspetto di originalità, per ritornare alla riflessione di Pizzati, che non sfugge a lettori e giuria. 

L’obiezione, come spesso accade coi premi letterari, potrebbe essere che lo Strega va dove il pubblico vuole e che negli anni abbia alimentato un circolo vizioso, una selezione costruita sulla compatibilità dei titoli con un determinato orizzonte di attese. 

C’è poi un tema che riguarda l’esclusione di un certo tipo di letteratura, meno lineare sul piano stilistico e narrativo, ma di notevole spessore artistico. Aldo Busi, Giulio Mozzi, Antonio Moresco, per limitarci agli ultimi anni, non hanno mai vinto. Altri autori come Vitaliano Trevisan non hanno neanche partecipato. 

Uno dei casi più noti è l’esclusione nel 2017 di Michele Mari. Il suo Leggenda privata, esempio tra l’altro di autofiction, è uno dei migliori romanzi italiani contemporanei. Acclamato da pubblico e critica, è diventato il simbolo di una frattura sempre più evidente tra qualità letteraria e visibilità istituzionale, tra ricerca artistica e meccanismi di selezione che tendono a premiare testi più concilianti, più leggibili.

Ironia della sorte, quest’anno Michele Mari è entrato in dozzina, da favorito, con un romanzo certo scorrevole ma tutt’altro che convenzionale, difficilmente collocabile anche all’interno della sua stessa produzione. Professore universitario, romanziere, poeta, traduttore, Mari non è di certo l’outsider che il Premio consacrerebbe all’improvviso. La dozzina, e un’eventuale vittoria, servono semmai ad allargare il pubblico dei suoi libri. Non proprio il romanzo che un suo lettore consiglierebbe, I convitati di pietra (Einaudi) va però ben oltre le questioni di gusto o affetto.

Milano, 22 Luglio 1975, gli alunni della III A del Liceo Classico Berchet fanno un patto per la vita.

Ogni anno, in quello stesso giorno, si ritroveranno a cena e ciascuno verserà una quota da depositare in un fondo. I vincitori, a cui andrà l’intera somma, saranno gli ultimi tre della classe rimasti in vita. Si comincia in trenta e si finisce in tre. Nessuna competizione però, almeno all’inizio: “un progetto che, salutato inizialmente come una trovata tanto geniale quanto divertente, era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana spietatezza”.

Una struttura che ricorda un high concept come Squid Game o Hunger Games, un gioco macabro che corrisponde all’intero arco della storia. 

Una strana trovata che avrebbe dovuto tenere legati a lungo i membri della stessa classe, si rivela un inevitabile dispositivo di confronto con la propria morte e quella degli altri. 

Il tono è comico e i risvolti grotteschi. Dalle morti per cause naturali si passa agli omicidi, rapidamente la riffa diventa un’ossessione e ogni personaggio si trasforma in un concorrente con la sua strategia.

Un meccanismo  perfetto, in cui i personaggi uno a uno scompaiono. In cui i superstiti acquisiscono complessità e spessore in funzione della loro sopravvivenza. Chi muore lo fa anche sul piano narrativo, raramente si ritorna a parlare dei morti. La sensazione è che Mari costruisca la storia senza avere un finale ben definito. Segue il gioco e si affeziona ai personaggi, lasciando che sopravviva chi vale la pena continuare a raccontare. 

Nel romanzo ci sono anche le passioni dell’autore, il cinema soprattutto. Uno dei personaggi principali, Semprini, sta scrivendo un’opera monumentale sull’attore Gene Hackman di cui lo stesso Mari è grande fan. C’è poi la morbosità di Brodo, decisamente il più strano della III A, che ricorda Ferdydurke dello scrittore polacco Witold Gombrowitz, tradotto in italiano da Mari e citato direttamente nel romanzo. 

Oltre a questi elementi, e al fatto che anche l’autore ha frequentato il Liceo Berchet, non c’è nulla che sottragga il romanzo alla sua autonomia narrativa, niente che distolga il lettore dalla competizione. 

L’esperienza vissuta narrata in prima persona rimane una configurazione aperta che concede ampi margini stilistici e strutturali. La libertà formale può però anche coincidere con la finzione più costruita, con un dispositivo narrativo che funziona da contenitore. 

Nel caso dei Convitati di pietra, la struttura moltiplica esperienze e linguaggi, mette alla prova la scrittura, organizza e deforma. Il risultato è un romanzo complesso nei toni e nel disegno che però mantiene alta la tensione del lettore a partire dalla più semplice delle premesse, un gioco.

“C’è vita oltre l’autofiction”, verrebbe da dire. Certo è che, oltre al riconoscimento di un’intera carriera, lo Strega a Michele Mari per I convitati di pietra sarebbe una bella rivincita della finzione e  dell’umorismo, in un terreno in cui spesso regna il dolore autobiografico. 

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