Un’edizione critica è anzitutto una ricostruzione. Lo si fa per i testi incompleti, quelli sopravvissuti al proprio autore in forma parziale, frammentaria. L’obiettivo è restituire un’opera in una versione più possibile vicina all’originale, riportando al lettore i passaggi di tale ricostruzione. Metodo scientifico, più propriamente Filologia. È anche un lavoro di superficie, certo, ma un testo è soprattutto ciò che c’è dietro, l’intenzione di chi l’ha scritto. E nel caso di opere complete nella forma, rimane da ricostruire tutto il resto, lo spazio tra il testo e il suo autore.
È uscita da Garzanti una nuova edizione critica commentata del Mein Kampf, a cura di Marcello Flores e Roberto Venuti, con la collaborazione di Giovanni Gozzini. Nell’introduzione subito le ragioni dietro la ripubblicazione del testo simbolo della propaganda nazista: «perché la conoscenza è sempre meglio dell’ignoranza o della censura, anche (e forse soprattutto) quando si applica a una realtà che non ci piace».
La conoscenza appunto. Un testo del genere senza mediazione critica rimane pericolosamente parziale. E nel caso del Mein Kampf nessuno spazio va lasciato al caso. È un’opera che ha un autore e un contesto, altri libri alle spalle e milioni di morti davanti. Ha delle premesse e delle conseguenze e in questo modo va letto.
Mein Kampf fu probabilmente una scelta editoriale, mentre il titolo pensato da Hitler era Quattro anni e mezzo di lotta contro le menzogne, la stupidità e la codardia. Scritto nel carcere di Landsberg, dopo il fallito colpo di stato a Monaco, è il resoconto biografico e ideologico di una vita, fino a quel punto, di sconfitte. Una frustrazione trasformata in complotto, delusioni personali nascoste o esibite come vittorie. E’ questo il primo dato che emerge da un’analisi critica, lo scarto tra la realtà e la sua proiezione.

Il primo volume è quello della leggenda privata, in cui Hitler ripercorre l’infanzia e gli studi.
I termini sono quelli romantici di un apprendistato politico compiuto nella povertà. Segue poi l’esperienza al fronte e la retorica della vita messa a disposizione della patria, una forma di auto investitura, un uomo “rigenerato” dalla guerra che può rigenerare la politica.
La realtà però è quello di un ventenne che riceve una pensione di orfano e non ha bisogno di lavorare, di un uomo che la guerra non l’ha vissuta in trincea ma da portaordini del comando di reggimento, un ruolo troppo riparato e tutt’altro che eroico.
C’è lo sfondo di un paese sconfitto, l’appena nata Repubblica di Weimar che non basta a contenere la violenza interna. Sono gli anni in cui Hitler inizia a farsi notare negli ambienti della destra nazionalistica con discorsi pubblici che hanno come bersaglio gli Ebrei.
La questione ebraica assume un ruolo centrale nella seconda parte del Mein Kampf, l’antisemitismo diventa la chiave di lettura di ogni evento, personale e politico. Serve a contenere una visione coerente del mondo in grado di giustificare ogni azione, a ridurre e reinterpretare la realtà attraverso un unico schema accusatorio.
Solo un’edizione critica commentata restituisce però la complessità di un sistema ideologico e della sua elaborazione. I curatori ricostruiscono la stratificazione di un pensiero spesso presentato come originale, i precedenti teorici e politici della combinazione di nazionalismo e antisemitismo.
C’è poi un ultimo aspetto che vale la pena sottolineare, il linguaggio. La traduzione di Roberto Venuti restituisce il testo nella sua stravaganza. Hitler non era un’intellettuale, tantomeno uno scrittore. Il Mein Kampf d’altronde è un documento storico non un’opera di genio.
La lingua è tutt’altro che letteraria e la traduzione rispetta la grossolanità del testo (lo stesso Goebbels definì lo stile “incomprensibile” e il risultato “sciatto”). La scelta di non intervenire neanche per favorire la fluidità della lettura sta proprio nel voler sottolineare difetti e errori. Nelle parole del traduttore: «Enunciazioni brutali e disumane contrastano talvolta in modo stridente con passi che nella loro rozzezza provocano effetti involontariamente comici. Di questo “stile” la nostra traduzione vuole essere per così dire uno specchio estremamente nitido, per rispettare e mettere a nudo tutte le incoerenze, le formulazioni imprecise, il ductus spesso sconclusionato di Hitler».
Ancora una volta, tutto deve condurre ad una lettura del testo per come fu scritto. E sottolinearne la banalità in certi tratti serve ancora di più a rendere conto al lettore di oggi come un’ideologia distruttiva nasca anche dalla semplificazione e dalla ripetizione ossessiva di pochi schemi. In questa nuova edizione non si perde mai di vista il contesto. Il Mein Kampf fu materialmente scritto da Adolf Hitler ma in qualche modo raccoglieva umori, paure e linguaggi già diffusi in certi ambienti e poi diventati programma politico. Capire un testo significa anche valutarne il contorno e gli effetti e un’edizione critica è l’unico modo possibile per leggerne uno come questo.







