Fruttero 100, Torino celebra lo scrittore «di bottega»

Al Salone del Libro il ricordo dell'epoca d'oro della satira. Con Michele Serra e Angela Finocchiaro

Fare satira non è per niente facile. Non lo è neanche far ridere. Figurarsi poi con un pezzo su un giornale. È una forma d’arte, un genere letterario, uno stile di scrittura difficile da codificare. Al di là del gusto e della complessità con cui un articolo è formulato, una costante c’è sempre: avere un bersaglio. Un personaggio pubblico, un leader politico, i turisti, gli stereotipi, il linguaggio. Basta qualcuno o qualcosa a cui rivolgersi, a cui attribuire tratti e deformazioni che servono a descrivere qualcosa di più grande. La satira porta spesso con sè anche delle conseguenze, il bersaglio reagisce e ti querela, oppure tocchi un tema delicato ed è parte del pubblico a prendersela. 

Carlo Fruttero e Franco Lucentini, «I due » come li chiama Michele Serra, le hanno provate un po’ tutte. E anche gli effetti dei loro corsivi hanno in qualche modo assunto i tratti di una messinscena grottesca. Come quando il 6 dicembre 1973 uscì  su La Stampa Pare che.., un lungo ritratto del dittatore libico Gheddafi, tutto giocato sulle più comuni dicerie («Pare che lui non conti assolutamente niente. Sono quei due sacerdoti che si porta sempre appresso che hanno in mano tutto quanto…I discorsi, pare che glieli scriva un geometra italiano, un certo Cavalli. Di Novara…Un fanatico religioso? Ma figurarsi! Pare che, quando è stato ospite di Tito, si sia mangiato un cinghialino arrosto tutto da solo…No, lui personalmente è un uomo straordinario. Pare che lavori 22 ore al giorno. E pare che abbia l’ulcera, pare che sia omosessuale, che dorma su un materasso di foglie di tabacco, che tenga un harem di 48 mogli in Svizzera, che ami Mozart, che non possa soffrire le motociclette e i garofani»).

Quello che ne seguì fu una comunicazione ufficiale dello stesso Gheddafi al ministro degli Esteri italiano per chiedere l’immediato licenziamento dei due dal giornale, pena l’interruzione dei rapporti diplomatici tra i due paesi. Fu coinvolto anche Gianni Agnelli, presidente della Fiat e proprietario della Stampa, a cui fu invece chiesto di licenziare il direttore Arrigo Levi minacciando di boicottare i veicoli Fiat in tutto il Medio Oriente. 

Le richieste libiche non furono assecondate ma Fruttero e Lucentini sentirono comunque di dovere delle scuse, a modo loro s’intende: «Fulgido colonnello, insorpassato pilota di popoli e automezzi e capitali, francamente quali insetti di parabrezza  o desertici cani o polverose feci di cammello davanti a te ci sentiamo. Ahi, perché il genio oleoso ieri non sapemmo scorgere e la grandezza investitrice pure in te, profondo  scavatore, già  palesi, né  quel dieci mirabile percento noi frivoli  nani presagimmo?».

Quest’edizione del Salone porta anche il segno di Fruttero e Lucentini. Del primo in particolare, di cui si celebra quest’anno il centenario dalla nascita, ma inevitabilmente anche del secondo, dato che la maggior parte delle opere porta la firma di entrambi. Torino è stata la città di Fruttero e al Circolo dei Lettori è nato il Club per questo centenario. Una mostra con cui la Fondazione Arnoldo Mondadori ricorda lo scrittore e il suo mondo. Le traduzioni di Beckett con le lettere indirizzate al premio Nobel, i manoscritti, le riviste, tutti gli strumenti di quelle Opere di Bottega che ancora oggi ci divertono.

E anche al Salone del libro si ride ricordando Carlo Fruttero. L’occasione è la riedizione da Mondadori de La prevalenza del cretino, che diventa Un cretino è per sempre. La prefazione è affidata al giornalista Michele Serra che partecipa all’incontro e rimpiange quei «due fantastici snob che guardavano alla società di massa con un senso di divertito distacco». Presente anche Carlotta Fruttero, figlia di Carlo, che ricorda come il padre fosse un osservatore silenzioso, che guardava e poi scriveva, un uomo «molto British, poco iracondo».

Una raccolta di scritti su i cretini appunto, una collezione di testi che include tutte le storture e le stravaganze di una società che stava inesorabilmente  «dei consumi». Cosa scriverebbero oggi è un pensiero che sorge spontaneo se si guarda al nostro mondo. Alessandro Piperno, scrittore e vincitore del Premio Strega, è convinto che i social network sarebbero stati di sicuro mezzo e oggetto della loro satira. Quei testi però funzionano ancora benissimo nonostante descrivano un tempo diverso. Angela Finocchiaro ne legge tre dalla raccolta su i cretini, uno dei quali è Turisti, lunga disamina della comitive che soprattutto d’estate affollano le città d’arte. 

Prendere in giro non significa per forza ridicolizzare ma a volte basta la giusta descrizione, senza giudizio, per deformare il senso comune e vedere le cose con uno sguardo nuovo. Anche questa, una forma di giornalismo

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