Quando ha vinto il Nobel per la letteratura, lo scrittore ungherese László Krasnahorkai in Italia lo conoscevano in pochi. Al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove è atteso in conversazione con Vanni Santoni, la fila è ingestibile. Sembra vero che a volte servono i premi a dare agli autori la visibilità che meritano. Il nome all’inizio impronunciabile è diventato ormai familiare ai lettori, capita di sentirlo nominare spesso in fila e sempre con la pronuncia corretta.
Sono diventati familiari soprattutto i suoi libri, le frasi lunghe un capitolo, quell’ambientazione tra l’assurdo e il magico che li accomuna tutti. Il primo, Satantango, è il motivo per cui ha scritto gli altri. Una «correzione» continua, fino al Nobel. Costretto a rileggerlo quando Béla Tarr decise di trasformalo in un film, l’autore si rese conto di quanto fosse imperfetto. Béla Tarr poi lo ha fatto anche con gli altri, e ogni rilettura obbligata si è trasformata in un nuovo libro: «e così giù per la discesa non c’è più stato modo di fermarmi. Sempre peggio, sempre peggio».
È con l’ironia tipica di certi scrittori dell’apocalisse, cantori della fine come Beckett e Bernhard, che Krasznahorkai scrive e guarda le cose. Quando arriva nella Sala Azzurra, dove solo una minima parte di chi era in fila è riuscita ad entrare, è come se portasse con se l’atmosfera dei suoi libri. Vestito di nero, capelli lunghi bianchi, l’eminenza di chi ha vinto il Nobel, fa un certo effetto trovarselo davanti. Poi inizia la conversazione e i toni sono tutt’altro che cerimoniali. Si scherza sul fatto che non sarebbe voluto diventare uno scrittore, non lo voleva in senso sociale: «non volevo essere riconosciuto come scrittore, mi capitava di definirmi così solo quando la polizia sovietica da giovani mi fermava e mi chiedeva la professione »
Si ride al racconto della prima volta in cui ha sentito il bisogno di scrivere qualcosa, durante la castrazione di un maiale: «Dovevo distogliere lo sguardo. Ho iniziato a guardare verso il cielo, siccome era l’alba ho visto il sole scuro e marrone e quella scena mi è venuto in mente di descriverla in un libro».
Lo sfondo di tutto è sempre l’Ungheria, dove è ambientato anche il suo ultimo romanzo, pubblicato in Italia da Bompiani con la traduzione di Dora Varnai. È «una storia di uomini», un’inevitabile storia di uomini: «avrei voluto scrivere storie senza personaggi umani ma non ne sono capace. Se guardo la vita, la natura e l’universo, lo trovo esattamente bello e mi piacerebbe descriverlo solo che arriva sempre questo personaggino umano che mi taglia la strada e si infila nella mia immagine e rovina tutto».
Il protagonista è uno scrittore di successo che vorrebbe concludere la sua carriera ma non sa come. Da sempre una domanda lo interroga e vorrebbe finalmente una risposta. È una domanda che nasce dall’osservazione di un’enorme quercia e dalla scoperta che nel sottosuolo, nascoste alla vista, le radici di quell’albero sono altrettanto imponenti. Da dove arriva quella spinta alla vita? Da dove nasce la volontà naturale di vivere? Perchè questa volontà? Il suo interlocutore, colui al quale è rivolta l’interrogazione, è un entomologo, un uomo di scienza, che fin dalla nascita convive con una disabilità. Uno che «normalmente dovrebbe odiare l’universo e che invece ama tutti».
È un libro per certi versi distante dai precedenti, forse proprio per una certa disposizione «luminosa» che in altri casi è meno evidente. Il titolo La sicurezza della nazione ungherese, che farebbe pensare ad un libro di tutt’altro genere, è volutamente ingannevole. Richiama in ogni caso l’attualità di un Paese che ha recentemente cambiato volto politico con la sconfitta alle elezioni di Victor Orbán. Krasznahorkai, interrogato sul tema, invita persino eventuali sostenitori dell’ex presidente a lasciare la sala. Lo fa prima di leggere un testo sul suo Paese che qui riportiamo in versione integrale:
Non voglio nulla da qui, io lascerei tutto qui. Le valli, le colline, i sentieri e le ghiandaie in giardino. Io lascerei qui baracche e burattini, il cielo e la terra, la primavera e l’autunno. Lascerei le strade che conducono fuori città, le nottate in cucina, l’ultimo sguardo d’amore e tutte le terrificanti direzioni verso la città. Lascerei il denso tramonto che scende sul paesaggio. Lascerei il peso, la speranza, l’incanto, la calma. Lascerei qui ciò che ho amato e ciò che sento vicino, ogni cosa che mi ha commosso, che mi ha scosso, che mi ha affascinato ed elevato. Lascerei il nobile, il benevole, il piacevole, il dannatamente bello. Lascerei qui tutti i germogli appena sbocciati, tutte le nascite e tutte le esistenze. Lascerei qui la magia, il mistero, lo stordimento delle distanze, dell’inesauribilità, dell’eternitò. Perché lascerei indietro questa terra e queste stelle. Perché con me non porterei via nulla da qui, perché ho guardato dentro ciò che sta per arrivare e non voglio nulla da qui.






