C’è un italiano a Cannes

Si chiama Francesco Zippel e il suo documentario racconta Vittorio De Sica con interviste ai grandi del cinema e materiale di archivio


C’è una cosa che accomuna il regista de Il padrino Francis Ford Coppola, l’attore comico Christian De Sica e il cineasta delle inquadrature simmetriche Wes Anderson. Sono tutti presenti nell’unico lungometraggio italiano presentato al Festival di Cannes 2026, il documentario di Francesco Zippel Vittorio De Sica – La vita in scena.

«Sono felice che Vittorio De Sica sia sempre così amato», racconta il regista a Zeta a margine della presentazione, a cui ha partecipato il delegato generale del festival Thierry Fremaux, che da dietro le quinte decide tutto quello che accade alla Croisette.

Zippel riprende alcune sequenze dei primi lavori di De Sica: riporta in scena una pellicola dimenticata, I bambini ci guardano (1943), con la nascita della cultura italiana del dopoguerra, quando il fascismo era ancora realtà. Poi ci sono i capolavori come Sciuscià (1946), primo Oscar per un film non in lingua inglese, e Ladri di biciclette (1948), di nuovo premiato dall’Academy. «Un esempio di come si fa un film politico», afferma Ruben Östlund, regista svedese due volte Palma d’oro a Cannes. Record condiviso con soli 8 cineasti nella storia, tra cui Coppola che, nel documentario, ricorda gli esordi da attore di De Sica. Per Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, «era un divo perché riusciva a interpretare tutti, dal giornalaio al conte».

La visita di Charlie Chaplin, l’amicizia e sodalizio artistico con Cesare Zavattini, la doppia famiglia: parenti e amici, tra cui il figlio Christian De Sica e l’attrice Isabella Rossellini riempiono il documentario di aneddoti personali.

Con il repertorio d’archivio Zippel fa un grande lavoro di recupero mettendo insieme interventi dei grandi attori Marcello Mastroianni e Sophia Loren e dello stesso Vittorio De Sica. Il documentario non ha voce narrante, è l’alternanza tra interviste e immagini recuperate a dare ritmo e a creare momenti divertenti, leggeri e riflessivi.

Numerose le testimonianze dei grandi maestri e interpreti della settima arte: «Sono stati tutti disponibili, hanno dimostrato quanto questo autore sia al centro della mappa del cinema internazionale» continua Zippel. Umberto D. (1952) è tra i titoli più apprezzati. Per il regista russo Andrej Zvjagintsev «mette in luce la profondità del sentimento umano, mentre Wes Anderson ha ammesso: «Vedendo Umberto D. ho capito il suo lavoro e ho detto: “Lo amo!”». Anderson loda il neorealismo italiano, un movimento che l’iraniano due volte premio Oscar Asghar Farhadi, riconosce come universale, tanto da avergli fatto vivere quel cinema «come se provenisse dalla mia cultura».

Se oggi mancano gli italiani in concorso alla settantanovesima edizione del Festival di Cannes, lo spazio per un grande cineasta del passato rimane e, conclude Zippel: «Vedere oggi i film di Vittorio di Sica è un modo bellissimo per trovare nuove ispirazioni, nuove vie per il cinema».

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