Elena Rui, Vedove di Camus

La redazione di Zeta recensisce i dodici libri in gara. Ogni domenica, fino all’annuncio dei finalisti

Albert Camus acquista una casa nel borgo di Lourmarin, nel sud della Francia, nel settembre del 1958. Aveva da poco vinto il Nobel per la letteratura. Amava quel grazioso nido di pace: era il suo rifugio dai problemi, un angolo di Provenza in cui poteva dilettarsi nella scrittura e nel semplice piacere di esistere. Seduto lì, alla sua scrivania, immagina e completa alcuni dei suoi testi più profondi, ma non sa che l’idillio che si è costruito durerà soltanto due anni. E che proprio in quel luogo dalla profusa tranquillità tornerà per riposare in eterno, adagiato in una bara, senza vita. 

Il racconto della scrittrice Elena Rui comincia nell’istante in cui i curiosissimi giornalisti ingombrano l’ingresso di casa della moglie di Camus, Francine Faure, ignara di quanto appena accaduto. Lei li osserva da lontano e, avvicinandosi, nell’atto di rientrare, percepisce dentro di sé il vuoto del lutto ancor prima di scoprire dell’incidente di suo marito. Camus doveva essere in viaggio in treno da Lourmarin a Parigi. All’ultimo momento aveva deciso di accettare il passaggio in auto del suo amico e scrittore Michel Gallimard: l’auto si schianta contro un albero nei pressi di Villeblevin, in Borgogna, in un impatto che uccide sul colpo Albert Camus. Gallimard muore pochi giorni dopo per le ferite riportate. 

Elena Rui ricostruisce la scoperta della morte dello scrittore da parte dei conoscenti e dei familiari, gli strazianti pianti di sua moglie, l’impalpabile e stridente assenza lasciata nell’animo dei figli, immaginando ogni dettaglio di una storia di cui non si hanno testimonianze. Un modo di fantasticare, quello della scrittrice, che tiene conto anche della documentazione reale: i fatti fondamentali, le relazioni di Camus, i luoghi, le date, molte dinamiche affettive storicamente documentate, che dicono molto sulla potenza dell’amore camussiano. Un tipo di amore che ha avuto molte forme.

Vedove di Camus, il titolo, instilla precocemente un sentimento ambiguo, di intolleranza e stranezza. Albert Camus aveva una sposa, ma anche molte relazioni parallele che definire semplici amanti o legami extraconiugali sarebbe improprio, nonché riduttivo. Nessuna rivelazione, all’epoca della morte, fu scandalistica: era noto negli ambienti letterari e artistici che lo scrittore avesse molteplici storie. Altrettanto chiara era la sua predilezione per una dama in particolare, Maria Casarès: le loro corrispondenze epistolari originali dal 1944 al 1959 sono conservate negli archivi storici. Maria fu una grande attrice di cinema e teatro di origini spagnole, famosa soprattutto nella Francia del secondo dopoguerra. Casarès e Camus si conobbero in quegli ambienti artistici parigini. 

Catherine Sellers e Mette Ivers sono le altre due protagoniste del romanzo. Le altre vedove di Camus. In loro, Albert aveva trovato rifugio emotivo, amore passionale e coinvolgente. Il romanzo parla anche di un incontro postumo tra le due, incapaci di realizzare quanto accaduto e desiderose di conoscere l’una il racconto dell’altra: due donne che sono solo conoscenti, ma da poco consapevoli di un passato che le accomuna. Dopo la morte dell’amato, Catherine ha un incontro d’amore con Jean Bloch-Michel, scrittore e intimo collaboratore del defunto. Catherine, in preda alle emozioni contrastanti, comincia a piangere, rendendosi conto di avere ancora nella mente Albert, di non essere capace di dimenticare e chiedersi perché egli amasse tradire. Che senso aveva avuto la loro storia? Jean, allora, le dice qualcosa che la fa pensare: «L’adulterio, in particolare per gli uomini, è spesso un modo per provare a sé stessi che si può ancora piacere». 

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