Teresa Ciabatti, Donnaregina

La redazione di Zeta recensisce i dodici libri in gara. Ogni domenica, fino all’annuncio dei finalisti

Donnaregina è una zona monumentale storica di Napoli, quella dove Giuseppe Misso (o’ Nasone, ex superboss della camorra, con quasi 150 omicidi alle spalle) ha costruito il suo impero. È il punto di partenza dell’omonimo romanzo di Teresa Ciabatti (Mondadori, 2025), candidato al Premio Strega 2026 su proposta di Roberto Saviano. Ma è soprattutto il luogo dove il capoclan può smettere di essere un criminale e diventare un uomo che vuole proteggere sua moglie, regalandole una reggia. «Se in Donnaregina c’è mai stata regina in carne e ossa è Antonietta gravida», dirà Misso, svelando solo in seguito che la donna è morta in uno scontro tra clan qualche anno dopo aver perso il figlio in grembo. Così, il romanzo perde l’ambizione di essere un’inchiesta sulla camorra e diventa una storia sull’umanità.

Teresa Ciabatti, nata a Orbetello nel 1975, ha già attraversato due volte la soglia del Premio Strega: con La più amata (2017) si è classificata seconda, mentre Sembrava bellezza (2021) si è fermato alla dozzina. Donnaregina, candidato quest’anno all’ottantesima edizione, è il suo settimo romanzo. Ha vinto il Premio Mondello 2025 e il Premio BPER Banca 2025.

Il libro parte da un incarico: una giornalista di Orbetello (come Ciabatti, ma non Ciabatti) si trova a dover intervistare Peppe Misso, dal 2011 nel programma di protezione dopo aver scelto di collaborare con la giustizia, e che l’ha scelta per raccontare la sua vita. Il primo incontro avviene in un ristorante romano, poi seguono mesi di telefonate, messaggi, visite. Eppure il romanzo smette presto di essere quello che promette: il ritratto dell’altro si trasforma in un racconto di sé, come se la biografia si sciogliesse dentro un’autobiografia, come se Ciabatti ritrovasse sé stessa nei vissuti di Misso.

«Una storia corale che corale non è, se non nel mio sguardo che si ostina a posarsi sui figli (malgrado mi dica che non è più una storia di figli), il mio sguardo che li associa, li raggruppa, li osserva da lontano, come se insieme potessero alleviare la pressione su chi devono essere e non sono». Di Misso la narratrice vuole sapere tutto, ma è sui figli che insiste di più, soprattutto sul rapporto difficile e complesso con il primogenito omosessuale, che va a cercare di nascosto dal boss. E intanto, parallela e sempre più urgente, cresce la storia di ciò che accade a casa sua: una tredicenne che manifesta segnali di depressione che la madre continua a minimizzare, convinta che passeranno da soli, fin quando la ragazza non viene ospedalizzata dopo un tentativo di suicidio. La genitorialità, per la giornalista e per il superboss, diventa una zona instabile.

Ciabatti ha lavorato al romanzo per quattro anni, e la svolta è arrivata rileggendo La pelle di Curzio Malaparte, che racconta Napoli da straniero, lo sguardo che anche l’autrice sceglie di adottare, quello di estranea a quel mondo, di abusiva. Da questa consapevolezza nasce la forma del libro: una voce in prima persona che afferma qualcosa e subito dopo la nega, in un continuo tentativo di avvicinarsi a una verità, che resta irraggiungibile. Misso è nel romanzo con il suo nome e la sua storia, ma anche come uomo che alleva colombi, crede negli ufo e ha scritto un libro sulla sua vita, I leoni di marmo. La scrittrice non lo assolve e non lo condanna: nessuno dei personaggi incarna il bene o il male in forma assoluta, e la letteratura può permettersi di sostare in quello spazio intermedio dove le categorie si complicano.

È attraverso il confronto con il boss che la protagonista arriva a capire che ciò che considerava distante è già dentro la sua vita. Donnaregina era il quartiere di un capoclan e il nome che un uomo dava a una donna incinta. Alla fine del romanzo si intuisce che lo stesso titolo spetterebbe alla narratrice, se solo riuscisse a reggere il peso della responsabilità verso chi è già lì e chiede di essere visto. Ciabatti costruisce un libro che avanza per sottrazione, toglie l’epica per trovare il nervo, e il nervo è lo stesso, per la giornalista e per il superboss: un genitore che guarda un figlio senza riuscire davvero a vederlo.

Podcast ZetaPOD

Podcast

TG ZetaTG

TG

GR ZetaGR

GR

Iscriviti a
Zeta Data Lab

Iscriviti alla nostra newsletter