Villa Alberoni, restaurare senza cancellare il tempo

I lavori fanno riaffiorare dettagli architettonici nascosti e recuperano facciate, fontane e decorazioni, senza cancellare le tracce del tempo.

Dove oggi sorge il campus Luiss di viale Pola, nel Settecento c’erano vicoli alberati, giardini e la grande tenuta del cardinale Alberoni. Chi la percorreva vedeva comparire in fondo una fontana, pensata come punto d’arrivo della passeggiata. Già alla fine del Cinquecento, l’area ospitava una vigna con la sua «casina di delizie». In seguito, la tenuta fu lottizzata e i suoi viali diventarono le strade che collegano Villa Paganini a viale Pola. Di quella storia resta il ninfeo nel giardino inferiore di Villa Alberoni, oggi interessato da un più ampio intervento di restauro.

Nell’Ottocento la proprietà fu suddivisa e vennero costruiti i villini. L’attuale palazzina, sede della Luiss, risale invece agli anni Venti del Novecento: nell’Archivio Storico Capitolino sono conservati licenze, richieste di permesso e disegni di progetto a partire dal 1924.

I lavori, avviati a giugno e previsti fino alla fine di ottobre, riguardano tre elementi: le superfici esterne della villa, la fontana realizzata insieme all’edificio negli anni Venti e il ninfeo settecentesco. Sono manufatti di epoche diverse, accomunati da un unico principio. «L’intervento è stato concepito in un’ottica conservativa», spiega l’architetto Eugenio Caudai, dello studio Pras – Tecnica e Edilizia, che ha curato il progetto insieme alle architette Laura Pennacchia e Gaia Rossi. Per la grande fontana del giardino, aggiunge l’architetta Francesca Galoni di Saico Srl, impresa esecutrice dei lavori, l’obiettivo è «non farla tornare a nuovo, ma arrestare il degrado della struttura originale».

Si parte dalla conoscenza. La ricerca comincia in biblioteca, tra libri e pubblicazioni scientifiche, e prosegue con i documenti d’archivio. Non si esaurisce con l’apertura del cantiere: «C’è tanto studio prima e anche in corso», racconta Galoni. L’edificio non è direttamente vincolato, precisa Caudai, ma sorge in un’area tutelata dal piano regolatore. Le lavorazioni, i materiali e i colori sono stati condivisi con la Sovrintendenza Capitolina, che orienta le scelte mentre i progettisti ne definiscono i dettagli.

Il cantiere continua a svelare la storia della villa. Nella sala delle colonne, rimuovendo la vecchia pittura, è emerso un dettaglio che racconta le tecniche costruttive di un secolo fa. «Le colonne sono in vero travertino, mentre le arcate sopra sono in finto travertino», spiega Galoni. Il materiale autentico veniva impiegato per gli elementi portanti; per quelli non strutturali si ricorreva invece all’intonaco dipinto, più economico, per imitarne l’aspetto..

Sulle facciate si è cominciato dalla pulizia: sono stati rimossi impianti e tubazioni dove possibile, eliminate le incrostazioni e tolte le vecchie riparazioni in cemento. Non si tratta di criticare chi le realizzò. «Non è questione di incompetenza», precisa Caudai, «è questione di materiali che vengono sviluppati nel tempo». Oggi sappiamo che il cemento può danneggiare le superfici storiche. La rimozione delle riparazioni incongrue ha così restituito rilievo a volute, cornici e decorazioni. Le lacune sono state colmate con malte a base di calce, secondo tecniche tradizionali. «All’epoca si usavano quei materiali», ricorda Galoni, «si riusano tecniche quasi identiche».

Sul ninfeo l’intervento è più delicato. Dove una porzione è andata perduta, viene ricostruita a mano; dove il materiale originale è ancora presente, ma rischia di staccarsi, viene consolidato con iniezioni, senza sostituirlo. «Piano piano, punto per punto, con le siringhe e con questi piccoli trapani», descrive Galoni. L’obiettivo è ricompattare ciò che esiste, anziché rimuoverlo e rifarlo. Anche la patina del tempo contribuisce al carattere del luogo: il ninfeo, infatti, è una struttura concepita per un giardino.

Lo stesso principio guida il trattamento del colore. Le fontane erano in origine dipinte, ma uniformarne le superfici avrebbe alterato la loro natura. Si è scelto quindi di applicare un colore diluito in acqua, in modo da ottenere una finitura trasparente. «Sarà molto leggero. Si percepirà, ma comunque farà capire che la struttura è antica», racconta Galoni. La fontana davanti alla villa, costruita insieme all’edificio, avrà invece una superficie più omogenea, a metà strada tra quella della palazzina e quella del ninfeo. Le due strutture manterranno così le proprie peculiarità, rendendo leggibile anche la differenza di epoca.

Dietro l’intervento c’è un lavoro di squadra. In cantiere operano in media circa 25 maestranze, affiancate da un capocantiere e due tecnici; con le squadre addette ai ponteggi, il numero complessivo arriva a una quarantina di persone. Saranno sostituiti anche gli infissi, per restituire unità all’insieme. «Il restauro serve anche a ridare un’omogeneità a tutto quanto», spiega Caudai.

Oggi calchi e stampanti laser permettono di riprodurre quasi ogni elemento, ma il rischio è perdere l’originalità. Conservare significa invece mantenere anche le differenze. Restaurare non vuol dire far sembrare nuovo ciò che è antico, ma permettergli di continuare a raccontare la propria storia: dalla grande tenuta del cardinale Alberoni al giardino settecentesco, dalla villa degli anni Venti fino al presente del campus di viale Pola.

Articolo di Gian Marco Passerini
Foto di Serena Conticelli

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