La Francia si ribella, la gente ha fame

Oltre saccheggi e violenze, Camille racconta la rabbia dietro le proteste di Parigi

«Nel Paese di Macron, la gente non riesce più nemmeno a sfamarsi», racconta Camille, cittadin* francese che vive a Parigi. Ed è comprensibile che rubi nei grandi supermercati e nei negozi di lusso, visto che sono quelli da cui si possono ricavare i maggiori guadagni dalla rivendita».

Sabato 17 ottobre, migliaia di persone sono scese in piazza a Parigi in quella che è stata la più grande mobilitazione dall’inizio delle proteste, cominciate il mese scorso in risposta al peggioramento delle condizioni scolastiche e all’aumento del costo della vita. Secondo le autorità, hanno partecipato circa 550.000 persone, mentre sindacati e organizzatori hanno stimato una partecipazione di circa 800.000 persone. 

Sebbene la maggior parte delle manifestazioni si sia svolta pacificamente, gli scontri tra manifestanti e polizia durante alcune delle proteste di sabato hanno portato all’arresto di 1.200 persone. Mentre le immagini di saccheggi e violenze dominavano la copertura mediatica delle proteste, le ragioni alla base del movimento rischiavano di passare in secondo piano. Tuttavia, come spiega Camille, «quello che è successo sul posto era diverso da come è stato rappresentato [dai media]».

La vista dalla finestra di Camille, intorno alle 18:00. Si distinguono due colonne di fumo, una proveniente dalla Bastiglia e l’altra da République

Pur condannando il ricorso alla violenza contro la polizia, la quale, secondo il Ministero dell’Interno francese, è risultata in circa 1.000 agenti feriti, Camille distingue tra i manifestanti e coloro che hanno visto nelle proteste un’occasione «per creare caos, anziché perché credono nelle rivendicazioni del movimento». Si riferisce in particolare a chi ha saccheggiato piccoli negozi indipendenti, per i cui proprietari quei negozi potrebbero rappresentare l’unica fonte di reddito.

Per Camille, tuttavia, l’attenzione dei media sui saccheggi e sulle violenze trascura altri aspetti delle manifestazioni. Mentre i cassonetti venivano incendiati, le transenne utilizzate per bloccare le strade e i negozi presi d’assalto, racconta che alcuni manifestanti hanno smantellato le barricate che avevano eretto per consentire il passaggio dei vigili del fuoco e dei soccorritori, mentre gli altri presenti «hanno formato un picchetto d’onore e li hanno applauditi». 

Pur non avendo partecipato personalmente alle proteste, Camille racconta che alcuni suoi amici «sono stati colpiti dai gas lacrimogeni e hanno dovuto scappare dalla polizia in più occasioni; per il resto, hanno cercato di restare al sicuro». Queste testimonianze si inseriscono in un dibattito più ampio sull’operato delle forze dell’ordine: dall’inizio delle proteste, l’Ispettorato generale della Polizia nazionale francese (IGPN) ha aperto 36 indagini su presunti episodi di violenza da parte della polizia. 

Per Camille, tuttavia, condannare le violenze verificatesi durante le manifestazioni di sabato senza affrontarne le cause non risolve i problemi di fondo. «Le persone che dormono sotto i ponti durante i mesi invernali: quella è violenza. Le persone che non riescono a mangiare a sufficienza a causa del costo della vita: quella è violenza». La violenza, sostiene Camille, «deve essere condannata in tutte le sue forme, non soltanto quando esplode durante le proteste». 

In risposta ai saccheggi e alle violenze, domenica sera il presidente Emmanuel Macron si è rivolto alla nazione, dichiarando che nulla giustificava la violenza «sfrenata» a cui si era assistito durante le manifestazioni. Ha inoltre promesso «piena trasparenza» riguardo alla risposta delle forze dell’ordine. 

Tuttavia, Camille non sembra convinta delle parole di Macron. «Condanna la violenza; eppure, il suo governo ha approvato una legge che riconosce alle forze dell’ordine la presunzione di legittimità nell’uso delle armi». E aggiunge: «A essere sincer*, non credo che cambierà nulla: è la classica reazione di un presidente che cerca di rassicurare la popolazione, senza riuscirci».

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