Perché i Fontaines D.C. sono la band simbolo di questi anni

Con il nuovo disco, il gruppo irlandese si conferma tra gli artisti più credibili nel dar voce e rappresentare una generazione
Fontaines D.C. Dopamine Chamber 2026

I Fontaines D.C. sono tornati con Dopamine Chamber, il nuovo album pubblicato il 16 ottobre 2026, ed è il momento di osservare la loro traiettoria da una prospettiva più ampia, quella degli artisti generazionali. Allargando, infatti, il concetto oltre il mainstream – pur essendo il loro un rock alternativo da classifica – il percorso dei cinque irlandesi, al quinto disco in sette anni, li rende tra i candidati più convincenti a rappresentare la nostra epoca.

Per dar voce a un’intera generazione, un artista deve saper interpretare emozioni, pensieri ed esperienze in cui il pubblico possa rispecchiarsi. Deve contribuire a formare un immaginario condiviso, dando una forma sincera e riconoscibile a qualcosa che molti sentono, ma che non sempre sanno esprimere. E sotto questo aspetto, va detto, i Fontaines D.C. non hanno nulla da invidiare ad alcun collega.

Lo facevano già con Dogrel – il loro primo album, pubblicato nel 2019 – raccontando una Dublino alla deriva tra affitti esorbitanti e povertà crescente (suona familiare, no?). E lo fanno oggi con Dopamine Chamber. «Siamo tutti depressi, stiamo correndo su una ruota», canta il frontman Grian Chatten in Mimesis. L’Irlanda è uno dei Paesi con i tassi più alti di disturbi psichici in Europa e non è un caso se gran parte del disco parli di vuoto, autodistruzione e piacere momentaneo. La sensazione che lascia è tutt’altro che rassicurante, ma l’essere generazionali in tempi inquieti passa proprio da qui.

Dopamine Chamber album Fontaines D.C. 2026
Copertina di Dopamine Chamber, il nuovo album

Questa è l’epoca in cui molte cose – dalla salute mentale alla politica – che per anni sono rimaste indefinite, hanno finalmente trovato un nome e uno spazio nel discorso pubblico. E bastano i testi per capire che i Fontaines D.C. lo sanno molto bene: hanno il coraggio di affrontare questi temi senza girarci attorno e, soprattutto, senza limitarsi a nominarli. In Tongue, Chatten racconta la lotta con l’ADHD e gli effetti dei farmaci necessari per combatterla. In One Man, condanna la gratificazione temporanea offerta da soldi, dipendenze e social media come modo per sfuggire al dolore.

E quando le parole non bastano, da vera band rock, lasciano che ci pensi tutto il resto. Le varie parti di Starburster – una hit da quasi 200 milioni di stream su Spotify – ricreano gli stati di un attacco di panico, realmente vissuto dal frontman in una stazione della metro di Londra. Il brano è uno dei singoli di Romance, il loro disco di maggior successo, pubblicato nel 2024, con cui i cinque hanno spiazzato tutti abbandonando le origini (anche estetiche) del post-punk per abbracciare melodie pop e look fluorescenti. E così, quello che a puristi e fan della prima ora è sembrato un tradimento, si è rivelato in realtà un’esca perfetta per sollevare un altro grande tema dei nostri tempi: l’ossessione per l’immagine e il complicato rapporto con l’autenticità.

Dando nuova linfa a un genere che ha perso centralità nel mainstream, tra date sold out (l’ultimo ieri all’Unipol Arena di Bologna) e i palchi dei principali festival, in questi anni, hanno rappresentato un punto di riferimento per una generazione di arrabbiati, dalla loro amata Irlanda – di cui non smettono, però, di criticare le contraddizioni – al resto del mondo. Anche il sostegno alla causa palestinese è andato oltre gli slogan (l’unico motivo per cui Chatten rompe il suo abituale mutismo durante i concerti) e si è tradotto in iniziative concrete, come nel caso della maglia realizzata con il Bohemian FC di Dublino per sostenere il Medical Aid for Palestinians.

Fontaines D.C. concerto bandiera Palestina
Fontaines D.C. in concerto a Berlino nel 2025 (Foto: IMAGO/Martin Müller)

È questa forte aderenza alla realtà a distinguerli da molti colleghi. Se è vero che artisti come Kendrick Lamar e Bad Bunny hanno dato voce a intere comunità, va sottolineato anche come queste siano legate fortemente ad un territorio e alle sue tensioni specifiche, più che alla Gen Z o ai Millennials. Un esempio diverso lo offre la regina della musica mondiale, Taylor Swift, le cui canzoni – sebbene creino un’empatia straordinaria con i fan – raramente intercettano le grandi ansie collettive, i traumi o le lotte che tipicamente definiscono lo zeitgeist di un’epoca.

Più difficile è il confronto con i BTS. Il gruppo di Seul ha superato barriere linguistiche e industriali che sembravano insormontabili, affrontando temi delicati nel proprio Paese. Ha offerto risposte a problemi condivisi, diventando un modello per tanti giovani. In quello, sono stati e continuano a essere formidabili, un po’ meno – visto anche il loro ruolo di “vetrina nazionale”, di principale asset di soft power del governo sudcoreano – nel mostrare le condizioni strutturali che rendono quei problemi così diffusi.

I Fontaines D.C. sono dunque meno universali, per numeri e genere musicale, di Taylor Swift, Kendrick Lamar, Bad Bunny o BTS. Ma raggiungere meno persone non significa necessariamente rappresentarle meno a fondo. Al tempo stesso, essere un fenomeno capace di raccontare un’epoca non equivale ancora ad averla definita. Ora che, però, nelle loro canzoni una generazione riconosce la propria rabbia, la propria stanchezza e il disperato bisogno di continuare a sperare, viene naturale chiedersi – non tanto se possano definire gli anni Venti – ma se esista qualcuno in grado di farlo meglio di loro.

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