Addio a Guccini, il ricordo dei Nomadi: «Francesco era unico»

Le parole del fondatore Beppe Carletti a Zeta: «Era un poeta. Di persone così ne nasce una ogni tanto»
Morte Francesco Guccini

Era il 1967 quando la Rai giudicò blasfema Dio è morto e decise di censurarla. Radio Vaticana la mandava in onda. La cantavano i Nomadi di Augusto Daolio e Beppe Carletti alla tastiera. Le parole erano di Francesco Guccini, morto oggi a 86 anni nella sua casa di Pavana, sull’appenino tosco-emiliano.

«Grazie alle sue canzoni, i Nomadi sono ancora qua», racconta Carletti in viaggio verso un concerto a Campobasso. Il tastierista ha 79 anni ed è l’unico reduce del nucleo iniziale dello storico gruppo beat, fondato nel 1963 in provincia di Modena, la stessa del Maestrone, com’era soprannominato.

Nato nel 1940, prima di diventare uno dei padri del cantautorato italiano, Guccini diede ai giovani qualcosa che fino ad allora era arrivato soprattutto dall’estero. Canzoni di protesta in cui riconoscersi, senza dover guardare allo statunitense Bob Dylan o agli altri giganti della musica anglosassone. Brani come Dio è morto raccontavano una provincia che si affacciava al cambiamento, mescolando l’utopia sessantottina con la cultura popolare, le suggestioni americane e un linguaggio profondamente italiano.

Francesco Guccini in concerto a Piacenza
Francesco Guccini in concerto a Piacenza

Dieci anni dopo sarebbe arrivato Via Paolo Fabbri 43, disco intitolato come l’indirizzo della sua casa di Bologna, che contiene L’avvelenata, forse il punto più alto della sua scrittura. Ma già allora, Guccini aveva trasformato i concerti in lunghi racconti fatti di parole, musica e storie raccontati in versi e strofe. «Non vedo artisti simili a lui in questo momento, di persone così ne nasce una ogni tanto», dice Carletti. Come De André e altri colleghi, provava una certa reticenza nei confronti dei live, cresciuto nelle osterie, in dialogo costante con i commensali, tra un bicchiere di vino e l’altro.

Carletti lo definisce «un grande poeta del Novecento» ma soprattutto «un Nomade». Il sodalizio artistico, nato verso la metà degli anni Sessanta, contribuì a definire l’identità del gruppo e a far conoscere Guccini prima ancora della sua affermazione come cantautore. La band cercava testi di forte spessore, Guccini degli interpreti ideali per dare voce ai suoi brani. Il rapporto – fondato su amicizia, radici e visioni comuni – andò oltre la musica: «Penso che non ci siano state collaborazioni come la nostra. Io e gli altri membri della band abbiamo avuto questa fortuna».

Forse il suo epitaffio Guccini l’aveva già scritto nel 1978, molto prima che si ammalasse di una grave forma di maculopatia bilaterale, malattia che ne ha segnato gli ultimi anni, trascorsi lontani dai riflettori. In L’albero ed io immaginava il suo ultimo viaggio senza nemmeno una lapide: «Non voglio pietra su questo mio corpo». Chiedeva invece «un albero giovane e forte», per «tornare anche dopo la morte» e continuare a vivere «in eterno qua sulla terra». Fra le foglie di quell’albero e le parole delle sue canzoni.

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