Il sesso è politico, e il cinema può vivere senza padroni. Questa l’eredità anarchica di Tinto Brass, il regista simbolo del cinema erotico italiano, morto a Roma all’età di 93 anni, a quindici anni dall’ictus che aveva segnato l’inizio di un lungo percorso di malattia.
Tinto Brass muove i primi passi nel mondo del cinema inserendosi nella Cinémathèque française di Parigi, dove ha l’opportunità di incontrare esponenti della Novelle Vague, da Godard a Truffaut e Rivette. Questi maestri della libertà e dell’autonomia espressiva, che lui stesso definiva «anarchici dell’immagine», gli mostrano un cinema capace di sovvertire le convenzioni, supportando il suo desiderio di sfidare la morale e dalla cultura del pudore in cui era immersa l’Italia del dopoguerra.
Questa vocazione anarchica è espressa fin dai suoi primi film, nei quali la sperimentazione formale accompagna protagonisti impegnati in una sfida aperta contro un sistema produttivo e politico che conforma e appiattisce l’esperienza umana. La sua opera prima, Chi lavora è perduto (1963), riassume questa tensione.
«Non ho proprio senso sociale…mi par già di sentirlo e vederlo», afferma nel suo monologo interiore di Bonifacio, l’antieroe anarchico che sfida le imposizioni della società e della famiglia, ribellandosi alle istituzioni borghesi.
L’insofferenza verso le strutture autoritarie della politica e della società si riflette anche nei suoi lavori successivi, attraverso film quali Ça ira – Il fiume della rivolta (1964), L’urlo (1968), e Nerosubianco (1969), una profonda critica delle strutture familiari analizzata tramite la lente del desiderio femminile. È proprio in quest’ultimo film che il legame tra sessualità e liberazione si fa più forte, spianando la strada del futuro di Brass nel cinema erotico italiano.
Ma Tinto Brass è conosciuto soprattutto per quello che accadde dopo il 1976, quando con l’uscita nelle sale di Salon Kitty, che fa conoscere l’autore al grande pubblico e gli lo consacra come «maestro del cinema erotico», un appellativo che lo accompagnerà per il resto della sua carriera. L’opera, un viaggio tra sensualità e potere nella Germania nazista, si scontra, come molti altri lavori del regista, con la censura italiana, che ne impone tagli e rimaneggiamenti.
Se può sembrare riduttivo limitare il lavoro di Tinto Brass al solo campo del cinema erotico, bisogna prima considerare il peso politico che il regista attribuisce alla sessualità. L’eros, nella sua visione, è una forza rivoluzionaria e, in quanto tale, politica, capace di sfidare le convenzioni morali e le sovrastrutture della società.
Nella sua celebrazione del corpo come spazio di libertà, che lo porterà a produrre film quali Caligola (1979), La Chiave (1983), Miranda (1985) e Paprika (1991), la dimensione fisica diventa terreno di lotta tra desiderio individuale e disciplina collettivamente imposta. In questa rappresentazione, che sottolinea la tensione tra oggettificazione del corpo, soprattutto femminile, ed emancipazione sessuale, la provocazione diventa strumento di lotta politica.
Se anarchia, libertà e sesso sono così collegati, il Brass del cinema erotico trova se stesso in continuità con quello dei suoi primi esperimenti cinematografici, più esplicitamente politici. Se si riesce a guardare oltre allo scandalo, quello che rimane è un autore anticonformista. Perché, come lui stesso affermava «un individuo libero è pericoloso per ogni sistema».







