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Esclusiva

17 Marzo 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 7 Aprile 2021
Una donna può aiutare a battere Trump

Nonostante il 2020 sia stato l’anno con il maggior numero di donne in corsa per le primarie democratiche, sono ancora due uomini a contendersi la nomination: Bernie Sanders e Joe Biden. Ma dopo l’annuncio di Biden di voler scegliere una donna come sua vice in caso venisse eletto, non tutto sembra ancora essere perduto

«Mi lavo le mani, Dio solo sa quante volte al giorno». Non ci si aspetterebbe di sentir pronunciare queste parole dall’ex vice-presidente Joe Biden in un dibattito televisivo a ridosso della prossima tornata elettorale per le primarie democratiche, eppure ai tempi del Coronavirus, anche i politici più navigati devono dar conto della maniera in cui si lavano le mani, non fosse altro che un argomento simile, in tempo di pandemia, può costargli la nomination democratica.

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Entrambi i candidati, infatti (uomini, bianchi e ultra settantenni), si sono sfidati in questo dibattito televisivo a porte chiuse che ha spaziato dall’ampio tema del Coronavirus, passando per varie stoccate e recriminazioni sui voti espressi nella loro carriera al Congresso, fino all’uscita inaspettata di Joe Biden che annuncia: «Se sarò eletto, il mio governo e la mia amministrazione somiglieranno al paese, infatti io mi impegno a nominare una donna alla carica di vice-presidente”. La moderatrice chiede allora stupita a Sanders se intende fare lo stesso. «Molto probabilmente lo farò», risponde quello preso in contropiede e si affretta ad aggiungere: «l’importante è essere sicuri di avere una donna progressista».

Ma Biden non si ferma lì e nel corso della serata annuncia anche che, qualora venisse eletto, nominerebbe una donna di colore alla Corte Suprema.

La mossa di Biden ha sicuramente lo scopo di dare un’immagine più rappresentativa della composizione demografica del Paese che viene mal rappresentata dall’attuale amministrazione Trump, composta per la maggiora parte da uomini bianchi. Egli inoltre si rende conto che, come da lui stesso affermato, «ci sono molte donne qualificate per diventare presidente un domani».

Egli quindi da una parte prende solo atto di una situazione di fatto già presente nel paese- come stanno a dimostrare queste primarie dem in cui hanno corso il maggior numero di donne nella storia- che però, per qualche motivo, non riesce a riflettersi nel governo del paese.

Tuttavia, secondo Paolo Mastrolilli, corrispondente da New York della Stampa, sentito da Zeta, dietro l’annuncio di Biden ci sarebbe anche la volontà di attirarsi il favore di determinate constituencies della società americana proprio attraverso la scelta del vice-presidente e del giudice della Corte Suprema.

«I candidati non vanno analizzati solo in quanto donne ma in base a come possono aiutare Biden nel voto di novembre. La prima questione che si pone è che le donne sono un blocco fondamentale per l’elettorato di Biden. Lo erano anche per Hillary Clinton ma poi, al momento delle elezioni, non sono andate alle urne nelle proporzioni in cui ci si aspettava.

C’è un fortissimo gender gap tra democratici e repubblicani, quindi Biden ha bisogno che le donne lo sostengano e vadano alle urne per rovesciare la situazione e recuperare lo svantaggio che la Clinton aveva avuto nei confronti di Trump nel 2016». 

Un altro aspetto fondamentale nella scelta del candidato alla vice-presidenza è- secondo il corrispondente della Stampa- quello dell’etnia: «Biden ha un debito di gratitudine nei confronti dell’elettorato afroamericano. Guardando a novembre questa componente dell’elettorato sarà fondamentale nella coalizione che Biden sta cercando di mettere in piedi per battere Trump. Gli afroamericani sono stati una componente importante per la vittoria di Obama nel 2008 e sono stati un elemento determinante per la sconfitta di Hillary nel 2016. È fondamentale quindi per Biden solidificare, in vista di novembre, questo sostegno da parte degli afroamericani».

Il terzo elemento consiste invece nella scelta dello Stato, o del gruppo di Stati, che si intende ingraziarsi attraverso la nomina del vice-presidente. Ci sono infatti negli USA degli Stati contesi come Winsconsin, Michigan, Ohio e Iowa che non hanno una tendenza netta per democratici o repubblicani e che quindi ad ogni tornata elettorale possono essere attirati in un’orbita piuttosto che nell’altra, magari promettendo la vice-presidenza al governatore di uno di quegli Stati.

Una candidata alla vicepresidenza con appeal in tutto il Midwest potrebbe essere, Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota ed ex competitor di Biden per la nomination democratica che gli ha dato poi il suo endorsement dopo essersi ritirata dalla corsa alla vigilia del Super Tuesday.  «Lei è una senatrice, ha fatto il procuratore in passato, è una persona sperimentata che conosce la macchina del governo. Poi viene dal Minnesota, uno stato tendenzialmente democratico che i repubblicani sperano di rimettere in gioco nelle prossime elezioni. Grazie alla Klobuchar, Biden potrebbe assicurarsi definitivamente il Minnesota fra gli Stati democratici. Inoltre, avere una donna del Midwest darebbe una serie di vantaggi in Stati fondamentali alcuni dei quali sono democratici in bilico e altri repubblicani ma contendibili».  

Altro nome papabile è quello di Kamala Harris, senatrice della California ed ex candidata alla nomination democratica, «una persona popolare e conosciuta che ha fatto per anni il procuratore nel suo Stato. È anche giovane quindi compenserebbe l’età anziana di Biden. Il problema di Kamala è che viene dalla California, che è uno stato che i democratici vinceranno sicuramente e non porterebbe quindi a un rafforzamento negli Stati fondamentali per vincere le elezioni, che sono altri: ad esempio Pennsylvania, Michigan, Winsconsin, North Carolina, Florida e Arizona».

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«Un ticket un po’ troppo a sinistra capace di fargli perdere i voti moderati che guadagnerebbe fra i liberal» sarebbe invece la coppia Biden-Warren, altra grande protagonista di queste primarie, ritiratasi pochi giorni dopo il Super Tuesday senza dare ancora il proprio endorsement ad alcun candidato. La Warren divide il proprio posto nell’alta più progressista del Partito democratico con Bernie Sanders con cui condivide vari punti programmatici ma dal quale ha preso ultimamente le distanze soprattutto riguardo all’assistenza sanitaria gratuita per tutti (il Medicare for all). Quest’ultima presa di posizione le sarebbe valsa, secondo Mastrolilli, alcuni scivoloni nei sondaggi e difficoltà nei dibattiti che piano piano l’avrebbero portata fuori dalla corsa per la Casa Bianca.

Infine, altri nomi papabili potrebbero essere quelli di Kirsten Gillibrand, senatrice dello Stato di New York, oppure la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer che campagna per Biden ed è la governatrice di uno swing state. Un’altra candidata potrebbe essere anche Stacey Abrams, considerata una stella nascente nel partito, che nel 2018 ha perso di poco le elezioni per il governatorato dello Stato. La Abrams (46 anni) rappresenterebbe un importante contrappeso generazionale nel ticket e aiuterebbe Biden nell’attirare i voti dei democratici più giovani, così come degli afroamericani. La sua giovane età potrebbe però rivelarsi un’arma a doppio taglio visto che, secondo alcuni analisti politici, l’elettorato non la vedrebbe bene nel succedere a Biden in caso di impedimento di quest’ultimo a portare avanti i suoi impegni presidenziali.

Per la Corte Suprema Biden è stato invece più esplicito: «Ha detto che vuole nominare non solo una donna ma una donna afroamericana. Questo per la necessità di riequilibrare l’amministrazione generale e renderla più rappresentativa e anche perché non c’è mai stata una donna nera nella Corte Suprema- solo due uomini (ndr Thurgood Marshall e Clarence Thomas) – ma una donna di colore sarebbe fondamentale. Anche questo sarebbe un segnale mandato non solo al mondo della legge ma anche alla constituency di donne e afroamericani».

Alcuni nomi papabili sono quello di Ketanji Brown Jackson, una giudice del District of Columbia che Obama aveva già preso in considerazione per sostituire Antonin Scalia; Leondra Kruger, della Corte Suprema della California e di nuovo Kamala Harris, ex-procuratrice dello stesso Stato.

Dopo aver visto correre così tante donne competenti per la nomination- che a quanto pare avrebbero tutte le carte in regola per essere vice-presidenti- sorge spontanea la domanda se la sconfitta di Hillary nel 2016 contro Trump non sia stata una presenza minacciosa che ha interferito sulla nomina di una donna come nuova sfidante del tycoon nelle elezioni di novembre. Secondo Mastrolilli, tuttavia, non si è trattata di una motivazione di genere, bensì politica. «Gli elettori liberal hanno preferito Sanders alla Warren non perché era un uomo ma perché incarnava meglio le loro posizioni. Un’altra che ha avuto una chance fra i moderati è stata Amy Klobuchar che nel New Hampshire aveva ottenuto un buon risultato ma la cui candidatura ha trovato lo stesso freno di quella di Buttigieg, ovvero l’incapacità di attrarre gli afroamericani. Un candidato democratico non può pensare di ottenere la nomination senza il voto della constituency afroamericana. Questo è stato il problema che ha avuto la Klobuchar ma non è stato un problema di genere perché Buttigieg ha incontrato la stessa difficoltà».

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Ricordiamo tutti il momento della conferenza stampa con cui Elizabeth Warren ha lasciato la corsa alla nomination quando, quasi in lacrime attorniata dai giornalisti nel giardino di casa sua, ha dovuto rispondere alla domanda: «Cosa pensa delle ragazze e delle donne che si vedono lasciate con due uomini bianchi [nella corsa alla nomination]?». «Lo so» – ha risposto in quel frangente la Warren- «è una delle cose più difficili in questo momento…ma dovremo aspettare per qualche anno in più». Le cose stanno sicuramente così per quanto riguarda la prima donna presidente degli Stati Uniti ma, grazie all’annuncio di Biden di domenica sera, la prima vice-presidente potrebbe essere più vicina del previsto.

Foto in evidenza: Gage Skidmore from Peoria, AZ, United States of America, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons