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Esclusiva

Maggio 3 2020.
 
Ultimo aggiornamento: Maggio 6 2020
Michele e Cecilia, giovani risorse per rilanciare l’Italia

Michele Grazioli, fondatore e CEO di Divisible e Cecilia Lalatta Costerbosa, di Alkemy Lab, ci raccontano cosa significa essere giovani di talento in un Paese come l’Italia, nel mezzo dell’emergenza Coronavirus

«Quelli che hanno meno di trent’anni rischiano di lavorare meno ore e di restare disoccupati: hanno impieghi meno sicuri e meno qualificati. E anche il lavoro meno specializzato, in passato più disponibile, si sta riducendo». Queste le parole del giornalista britannico Will Hutton in un editoriale comparso sul settimanale Internazionale. Alla “generazione della crisi”, seguita alla crisi economica del 2008, che ha dovuto fare i conti con salari più bassi rispetto alla precedente, si aggiungerà la generazione che ha vissuto la crisi del Covid-19, che forse subirà le stesse conseguenze, o addirittura peggiori.

In Italia, in particolare, l’emergenza sanitaria si somma ad una situazione da tempo non particolarmente favorevole agli under35. Un dato su tutti: il tasso di disoccupazione nella fascia 15-34 anni è del 17,8%, quasi il doppio rispetto al dato nazionale (ISTAT 2019). Anche tra le persone chiamate dal Governo a far fronte alla crisi, come nel caso della task force capeggiata dal manager Vittorio Colao, non sono contemplati under35.

Noi di Zeta abbiamo provato a ragionare su questi temi con due under35 italiani di successo.

Michele Grazioli, 24 anni

Michele e Cecilia, giovani risorse per rilanciare l’Italia
Michele Grazioli

CEO di Divisible (azienda che ha fondato quando era ancora al liceo), responsabile della divisione AI di Alkemy, Michele Grazioli, 24 anni «ancora per poco», è considerato il genio italiano dell’Intelligenza Artificiale tanto da essere incluso l’anno scorso da Forbes, tra i 100 leader italiani del futuro under30. Recentemente Grazioli ha assunto altre due cariche: amministratore di Mival Capital, un fondo d’investimento con focus su piccole e medie imprese ad alto potenziale, e di Vedrai, una SpA che ha sviluppato una piattaforma volta a ottimizzare il processo decisionale all’interno delle PMI tramite l’intelligenza artificiale. 

«Mi sono chiesto per una vita se fossi più un matematico con la passione per l’impresa o un imprenditore con la passione per la matematica. Mi è sempre risultato facile dialogare con i numeri e provare a capire come metterli in relazione». Esordisce così, durante la nostra videochiamata, quando gli viene chiesto di raccontare i suoi primi passi nel mondo dell’informatica, che sono stati veramente precoci. A soli 12 anni Grazioli crea un software per aiutare il padre- artigiano edile della provincia di Cremona- a gestire il cantiere.

«Era il periodo della crisi edilizia e vedevo mio padre tornare a casa la sera preoccupato, per cui avevo il desiderio di aiutarlo in cantiere. A 12 anni ero alto un metro e venti e pesavo trenta chili, quindi il mio contributo in attività manuali poteva essere molto relativo. Però, visto che a me risultava sempre semplice la parte relativa ai numeri, mi è venuta l’idea di sviluppare un algoritmo che fosse in grado di imparare autonomamente le decisioni migliori da prendere in base a quelli che potevano essere i suoi obiettivi, utilizzando solo dati già esistenti per evitare di complicare un lavoro poco informatizzato. Si scoprì che il software funzionava bene e utilizzava anche approcci abbastanza innovativi per l’epoca, quando di intelligenza artificiale si parlava solo nei centri di ricerca». 

Da lì in poi Grazioli non si è più fermato e ha fondato la sua prima società: Divisible. 

La sua impresa, colpita come molte altre dall’emergenza Coronavirus, ha dovuto rispondere adattandosi alla situazione: «Il Covid per chi fa il mio mestiere è stato un po’ un evento traumatico. Lungi da me lamentarmi perché ci sono settori molto più colpiti, però i nostri algoritmi che, per dirlo in maniera molto banale, prendono quello che è successo storicamente e cercano di simulare quello che accadrà in futuro, si trovano in difficoltà in un momento di discontinuità come questo. La prima cosa che abbiamo fatto è stata quindi creare degli algoritmi che fossero in grado di filtrare questo fenomeno e da questo punto di vista siamo arrivati a buon punto». 

«In quanto matematico ho cercato poi di dare una mano nell’analisi dei numeri collaborando con le istituzioni e cercando di analizzare gli scenari possibili. Tutto questo si è un po’ arenato nel momento in cui la qualità dei dati ha cominciato ad essere carente. Per “qualità dei dati” si intende che i dati che avevamo a disposizione per fare le simulazioni erano poco affidabili. Quindi i modelli sono andati in crisi. Perciò da questo punto di vista abbiamo cercato di essere un po’ proattivi sensibilizzando sul fatto che i dati non vanno presi alla lettera». 

Infine, Grazioli ha messo in piedi un progetto concreto, con la già citata Vedrai: «è un tool, un piccolo software per la gestione della cassa. L’idea che c’è dietro è che, in questo momento di emergenza, per tante piccole e medie imprese in difficoltà il fattore importante non è tanto la redditività (ricavi meno costi) quanto il cash flow (entrate meno uscite). Quindi abbiamo realizzato questo strumento, che lanceremo realisticamente fra una decina di giorni, che permette di fare diverse simulazioni su diversi scenari. Questo software sarà gratuito perché crediamo sia il modo migliore per aiutare tanti piccoli e medi imprenditori che si trovano in questo momento a fronteggiare problematiche importanti». 

Quando la nostra conversazione vira verso il ruolo dei giovani nel mezzo della crisi da Coronavirus gli chiedo cosa ne pensa dell’assenza di under35 nella task force di Vittorio Colao: «In questo caso penso che l’età sia un fattore secondario. Mentre su altre faccende, come ad esempio la rappresentanza politica, credo che sarebbe importante in Italia avere qualche giovane in più, in questo caso, dove serve un po’ di sensibilità, credo che l’età non sia un fattore. Mi è dispiaciuto molto di più che nella task force non ci siano imprenditori. Sono tutte persone accademiche con un background encomiabile, ma è gente che ha fatto impresa sempre dal lato manageriale. Come ad esempio lo stesso Colao, che io ammiro molto. Tuttavia questi non hanno mai vissuto sulla loro pelle – se non indirettamente- alcune pene di imprenditori più o meno grandi. Se la task force avesse coinvolto qualcuno di loro avrebbe avuto una sensibilità diversa rispetto ai problemi reali delle persone, che sono oggettivamente un po’ trascurati». 

Tuttavia Grazioli riconosce come in Italia vi siano delle difficoltà oggettive che impediscono ai giovani di emergere: «Siamo una generazione che molto probabilmente non avrà un tenore di vita superiore rispetto alla generazione precedente e questo non succedeva da più di 150 anni. Abbiamo dei portati che dobbiamo subire, ad esempio il fatto che l’Italia sia uno dei Paesi europei con la sproporzione più alta tra assistenzialismo agli over 65 versus politiche per i giovani. Tutto questo mi ha portato pian piano a rivalutare la nostra generazione. In più- ed è una considerazione forse semplicistica- quando vedo come le persone di 55 o 60 anni si rapportano con la tecnologia mi dico che in un mondo che diventa sempre più permeabile ad essa, forse, a un certo punto, questo divario digitale porterà la nostra generazione a fare un salto di qualità». 

Quando gli viene chiesto però se è mai stato discriminato a causa della sua giovane età risponde: «Non posso non dire di sì. Perché più di una volta quando vedi il ragazzino di 16, 17 o 18 anni che viene lì- e magari per sentirsi un po’ più grande si mette giacca e cravatta- e cerca di spiegarti dei concetti che i tuoi stessi ingegneri non capiscono, è chiaro che all’inizio hai un po’ di repulsione. Però devo anche essere onesto nel dire che quasi tutte le persone che ho incontrato nella mia vita, dopo avermi sentito parlare, hanno cambiato quello che era il loro pregiudizio. Non so se è stata fortuna o se è un po’ di bravura. Questo non lo so dire». 

Cecilia Lalatta Costerbosa, 30 anni

Michele e Cecilia, giovani risorse per rilanciare l’Italia
Cecilia Lalatta Costerbosa

«Mi definisco exhibition designer, ho un background in design di interni e multimedia design» afferma Cecilia Lalatta Costerbosa, 30 anni, nel corso della nostra video-intervista. Lalatta Costerbosa ha studiato Design d’interni al Politecnico di Milano, dove ha anche avuto un’esperienza lavorativa presso il Super Studio +. Si è poi spostata alla Sapienza di Roma dove si è laureata in Design, Comunicazione Visiva e Multimediale alla facoltà di Architettura con il massimo dei voti e dignità di pubblicazione di tesi. La sua tesi di Laurea Magistrale verteva sul progetto che sarebbe poi diventato il suo «biglietto da visita interattivo e molto vario» – come afferma lei stessa nel corso della nostra intervista- intitolato Molecola Design for responsive surfaces. Un progetto basato sulle cosiddette superfici responsive, in grado di reagire a determinati stimoli, come ad esempio la luce.

Michele e Cecilia, giovani risorse per rilanciare l’Italia
Il prototipo Parametric Hybrid Wall esposto a Doha per ITU Telecom World nel Future Lab di Ars Electronica.

«Di fatto è una sorta di filosofia-progetto all’interno della quale ho avuto l’opportunità di lavorare come libera professionista freelance e di avvalermi dell’esperienza acquisita attraverso questo percorso per entrare nella realtà in cui sto lavorando ora, ovvero quella di Alkemy Lab, una divisione R&D di Alkemy che si occupa principalmente di ricerca e sviluppo nel settore delle nuove tecnologie legate al digitale».

A un anno dalla laurea Lalatta Costerbosa, con il biglietto da visita delle sue superfici responsive, viene contattata dalla Ars Electronica di Linz, Austria, che le finanzia un progetto per sviluppare un prototipo funzionante di quattro metri quadri, esposto al Future Lab della categoria Young Innovators, all’evento mondiale promosso dalle Nazioni Unite: ITU Telecom World del 2014, svoltosi a Doha, Qatar.

Nel 2018 approda poi ad Alkemy dove da allora si occupa di progetti legati al settore dell’Iot (internet of things) approfondendo tutto ciò che riguarda l’aspetto dello user experience design quindi tutto ciò che riguarda l’usabilità di un determinato prodotto.

Costerbosa racconta a Zeta come la sua passione per la progettistica sia nata già durante l’infanzia:

«In famiglia ho avuto sempre tantissimi stimoli. Sin da piccola mi sono abituata ad avere a che fare con materiali e oggetti che potevo comporre o costruire e questo mi ha dato un approccio, una visione a tutto quello che è un’idea di progetto e a tutto quello che è l’idea immaginifica di qualcosa che non c’è ma che può essere costruito. È stato poi naturale per me approfondire con il percorso accademico questa mia vocazione».

Michele e Cecilia, giovani risorse per rilanciare l’Italia
Il prototipo The Smart Greenhouse: una serra automatizzata costruita su pannelli modulari con inserzioni di cristalli fotonici che è stata esposta anche alla Fabbrica del Vapore per la XXI Triennale di Milano, nel contesto della mostra NEW CRAFT.

Le ho chiesto quindi se, in un momento come questo in cui il nostro approccio agli spazi in cui viviamo sta fortemente mutando, ha progetti riguardo alla fase due del Covid; sia individualmente che portati avanti collettivamente con Alkemy:

«Come singolo individuo è un pensiero che ho quotidianamente. Nonostante la tragicità, la situazione in cui ci troviamo è comunque uno stimolo immenso. Io come tutti cerco di immaginarmi i cambi di paradigma una volta usciti da questa crisi. Tuttavia, lavorando in un settore in cui è spontaneo dedicarsi in questo momento a questo tema, cerco di contribuire come team con Alkemy Lab. In questo momento siamo molto attivi sulla comunicazione e la data visualization di quello che sta succedendo nel presente con il Covid, cercando di tracciare un excursus storico e cronologico dall’inizio sino ad ora di cosa è successo con il virus sotto diversi fronti come ad esempio dal punto di vista della medicina, delle fake news e della risposta collettiva ai comportamenti sociali. Però siamo anche attivi nella costruzione di un sistema che possa mettere insieme quello che è l’aspetto digitale (le tecnologie, l’aspetto informatico, i dati) e quello che è l’aspetto fisico (il device)».

Riguardo alla constatazione che nella task force di Colao non ci sono under 35 Lalatta Costerbosa non è stupita.

«Non è la prima volta che assistiamo a situazioni in cui poteva esserci la considerazione di qualche giovane brillante e ancora una volta non è successo. Però confido nella task force che è stata messa in piedi e mi sento di dire che da una parte è giusto che siano state selezionate delle persone che hanno delle competenze specifiche maturate con il tempo. Mi auguro e mi aspetto che, anche se non nominati ufficialmente nelle 17 persone della task force, ci sia comunque una percentuale maggiore di giovani per quanto riguarda l’operativo, ovvero nella fase di applicazione concreta di quelle decisioni. Se prendiamo in considerazione l’app “Immuni”, che è stata presa in carico da un’azienda di giovanissimi, loro rappresentano quello che intendo come “operativo”. Diciamo che do una seconda chance alla situazione».

«Bisogna andare a capire se è un retaggio culturale per cui siamo ancora legati a un sistema che è molto patriarcale. Cioè che dev’essere un individuo di sesso maschile con una certa anzianità a prendere le decisioni perché questo conferisce saggezza e competenza. Forse noi italiani siamo ancora affetti da questo tipo di visione anche se poi i fatti nella quotidianità ci raccontano di un’Italia molto più dinamica». 

«Secondo te perché c’è così poco spazio per i giovani nella società italiana?» le chiediamo.

«Io credo ci siano diverse ragioni. Parto facendo la “bacchettona” e dicendo che non si possono dare tutte le colpe a una generazione precedente alla nostra o al sistema politico o alla società. Bisogna anche lottare delle volte per avere quello che si vuole e che si immagina. Poi ci sono altri problemi legati al fatto che oggi formalmente per entrare nel mercato del lavoro bisogna avere una formazione e questa formazione è sempre più alta. Mi rendo conto che c’è sempre questo periodo di circa 10 anni che va dai 22 ai 32 per cui sei o troppo giovane, per cui sei considerato inesperto e incompetente e la tua voce non può essere presa in considerazione, oppure sei già troppo vecchio perché in realtà i talenti emergono subito. Dunque per le aziende è soltanto una spesa in un caso o nell’altro, per cui c’è questa tendenza a non fidarsi della nuova generazione di lavoratori. È capitato a tutti noi coetanei di fare colloqui in cui ti vengono richieste cose assurde, del tipo: devi essere giovane, avere 22 anni ma con 10 d’esperienza. Vengono richiesti questi requisiti che spesso e volentieri sono al limite dell’impossibile. Poi il nostro Paese è un po’- come dicevamo prima- vecchio come mentalità, ha bisogno di svecchiarsi molto e di aprirsi, dovrebbe essere un po’ più open-minded, infatti la fuga di cervelli dall’Italia non è dall’altra parte del mondo ma banalmente basta andare oltre il confine italiano per sentirsi un po’ meglio».

E alla domanda se sia mai stata discriminata a causa della sua età, risponde:

«Sì. Inizialmente più che altro perché ero giovane, troppo giovane. Quando a 23 anni avevo deciso di partire con un’attività che fosse mia, totalmente disruptive, senza alcun contatto o riferimento ma con delle idee in testa da portare avanti, ho fatto tanta fatica ad essere riconosciuta, anche a livello di remunerazione. Alla fine ho un pochino abbandonato questa cosa, nel senso che ho capito che avrei avuto bisogno di costruirmi un’immagine più solida a livello di professionisti, quindi facendo esperienza in un’azienda forte ed estremamente innovativa avrei dato anche più valore alla mia immagine. Magari ci riproverò un domani con la libera professione».