Esclusiva

13 Giugno 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 14 Giugno 2020
Quando la diplomazia non basta – Intervista a Riccardo Noury

Le parole del portavoce di Amnesty International sull’uccisione di Giulio Regeni, la detenzione di Patrick Zaky e la vendita di armi al governo egiziano.

Sui social network sale in tendenza l’hashtag #StopArmiEgitto, un’iniziativa promossa da Amnesty International per chiedere al governo italiano di bloccare immediatamente la vendita di armi verso l’Egitto di al-Sisi. Dopo quattro anni, non è ancora arrivata la verità sull’uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo nel 2016. L’Egitto non ha ammesso la propria colpevolezza, ma il governo italiano ha deciso comunque di andare avanti sulla vendita delle due navi militari prodotte da Fincantieri. Una partita che, secondo La Repubblica, ammonterebbe a più di 10 miliardi di euro. Si tratta della «commessa militare del secolo», secondo il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury. Sullo sfondo c’è ancora la detenzione di Patrick Zaky, l’attivista iscritto all’Università di Bologna, arrestato e torturato dalle autorità egiziane nel febbraio 2020.

A fronte dello stallo sull’uccisione di Giulio Regeni e sulla detenzione di Patrick Zaky, come valuta la decisione del governo di vendere due navi militari al regime di al-Sisi?

Quella che è stata definita come “la commessa militare del secolo”, può essere definita in realtà “la vergogna del secolo”. Mentre l’Egitto intensifica la repressione, l’Italia, invece di esprimere il suo malcontento per lo stallo sul caso Regeni, decide lanciare un segnale completamente opposto, dimostrando che sui diritti umani si può sorvolare. Da parte dei governi che si sono susseguiti non c’è mai stata un’azione incisiva per ottenere la verità su Giulio Regeni.

A questo punto quali sono le azioni che l’Italia dovrebbe intraprendere?

In questa fase dovrebbe chiedere al proprio ambasciatore di darsi da fare per ottenere la scarcerazione di Patrick Zaky. Dopodiché se non riuscirà a fare neanche questo è bene che venga richiamato. Oltre a queste ci sono altre operazioni che possono essere intraprese sul piano politico, come interrompere la vendita di armi o la cooperazione in materia di addestramento delle forze di polizia, annullare l’accordo che prevede il rimpatrio degli egiziani, minori compresi, che approdano in Italia.

Riccardo Noury
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International
Però il governo Gentiloni, ad esempio, aveva già deciso di richiamare l’ambasciatore italiano, ma non è servito a molto.

Negli ultimi anni le istituzioni italiane si sono rimangiati quei pochi passi in avanti che erano stati fatti. Ora il risultato è lo stallo più totale.

Non potrebbe rivelarsi una scelta controproducente quella di interrompere i rapporti con l’Egitto? Del resto, la diplomazia serve anche in queste situazioni

Ma la via diplomatica che è stata seguita in questi anni che risultato ha portato? Nessuno. Noi non parliamo di un ritiro dell’ambasciatore, ma di un richiamo temporaneo. Questa intanto potrebbe essere un’azione per segnalare il disappunto dell’Italia.

La verità per Giulio corrisponde al mea culpa del governo di al-Sisi. In sostanza, il regime dovrebbe processare sé stesso. Le sembra un’ipotesi realistica?

All’omicidio di Giulio manca solo una verità giudiziaria. L’inchiesta della Procura di Roma ha portato l’iscrizione nell’elenco degli indagati di figure che fanno parte degli apparati di sicurezza egiziani. Certo, l’Egitto dovrebbe processare sé stesso però ci sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di ammettere le proprie responsabilità, soprattutto difronte ad un partner come l’Italia, che fino adesso, tra le altre cose, ha mostrato la massima indulgenza e amicizia.

Riccardo Noury
Giulio era un cittadino italiano, al contrario di Zaky. Quanto può incidere il ruolo dell’Italia nella scarcerazione dello studente egiziano?

Che alla giustizia egiziana ci debbano pensare solo gli egiziani fa parte di un concetto ottocentesco dei diritti umani, che non conoscono frontiere. Fosse anche una persona che non abbia mai messo piede in Italia, come migliaia di detenuti politici in Egitto, sarebbe comunque doveroso occuparsene. Quello di Zaky, al di la dell’innocenza, è anche un problema di salute che va risolto subito.

Come si comporta il regime di al-Sisi con gli oppositori politici?

Chi si oppone viene imprigionato o fatto sparire. Una volta portati in carcere, nei confronti degli oppositori viene avviata una procedura estenuante che prende il nome di detenzione preventiva rinnovata in automatico ogni 15 o 45 giorni. Questa, per legge, può durare fino a due anni, ma spesso viene protratta.

Come ha influito il Coronavirus sulla detenzione di Patrick Zaky?

Alcune udienze sono state annullate, altre si sono svolte in maniera virtuale semplicemente con un giudice che comunicava la proroga della detenzione preventiva. Inoltre nella prigione di Tora, quella in cui si trova Patrick, ci sono segnali che il Coronavirus sia entrato. Il governo egiziano ha ben presente il tema del sovraffollamento delle carceri e del rischio che questo produce nella diffusione del virus. Non a caso ha scarcerato migliaia di detenuti ma non gli oppositori politici come Patrick. Per loro la detenzione continua.