Esclusiva

25 Giugno 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 26 Giugno 2020
Le strane morti del K-pop sudcoreano

Kim Jeong-hwan, in arte Yohan, è morto il 16 giugno a 28 anni in circostanze poco chiare. Lo stesso destino di una serie di giovani artisti sudcoreani scomparsi dal 2015 a oggi

Morti misteriose

«Good night», così Go Ha-ra ha salutato i suoi fan su Instagram la sera del 23 novembre 2019 scattando un selfie mentre era a letto. Il mattino dopo è stata trovata senza vita nella sua casa di Gangnam, quartiere di Seul famoso per il tormentone Gangnam Style di PSY. Sul comò un biglietto d’addio. Aveva 28 anni, ennesima stella del K-pop morta suicida.

Si fa presto a ricostruire la lista dei giovani talenti del K-pop venuti a mancare in modo poco chiaro. Nel febbraio 2015 la cantante Ahn So-jin si gettò dal decimo piano di un edificio. Soffriva di depressione. Un mese prima, a gennaio, le era stato sciolto il contratto di partecipazione al reality “Baby Kara” che sarebbe partito in aprile. Due anni dopo, nel dicembre 2017, il cantante principale della band Shinee fu trovato sul pavimento di una stanza fittata a Gangnam. Nella camera di Kim Jong-hyun, piena di fumi tossici, la polizia trovò delle bricchette di carbone bruciate in una padella. La famiglia non chiese autopsia, il caso fu archiviato come suicidio e la bara seppellita in una località segreta.

Prima di Yohan, nel 2019, altre tre vittime: Goo Ha-ra e Sulli, star e amiche, si sono tolte la vita a un mese e mezzo di distanza l’una dall’altra. Entrambe preda di revenge porn e molestie sessuali, “colpevoli” di aver lasciato due fidanzati violenti pronti a ricattarle pubblicando su internet video porno che le ritraevano. Choi Jin-ri, in arte Sulli, aveva avuto il coraggio di presentarsi in tv per raccontare la sua storia, dichiarando in diretta «Sì, non porto mai il reggiseno, e con questo?». La società sudcoreana, conservatrice e maschilista, non le ha perdonato tanta franchezza: il cyberbullismo l’ha distrutta.

A dicembre dell’anno scorso è stata la volta dell’attore Cha In-ha. 27 anni, trovato morto in casa dal proprio manager. L’agenzia Fantagio che ne curava i diritti ha sconsigliato di diffondere “voci e rapporti speculativi sulla sua scomparsa”. La famiglia non ha voluto l’autopsia e ha preferito tenere dei funerali privati. Ma le misteriose morti del jet set sudcoreano sono legate dai fili dell’ansia e della depressione.

K-pop, luci e ombre

Il giornalista Lee Hak-joon, esperto di K-pop, ha spiegato al New York Times che fin da piccoli gli artisti vivono una vita meccanica, con un regime di allenamento molto duro. “La loro caduta può essere così improvvisa quanto drammatica, al pari dell’ascesa verso la fama. Sul piano psicologico sono esaminati minuto per minuto e sui social le fake news sulle loro vite personali esplodono subito”. Un fenomeno che vede protagoniste le società di entertainment, sia in positivo che in negativo.

Il K-pop continua infatti ad avere successo in tutto il mondo, sfornando giovani promesse della musica, ma pone dei notevoli limiti agli artisti. Basti pensare che in molti contratti c’è l’obbligo di essere single perché “impegnati” con il pubblico.

Il professor John Lie, sudcoreano e docente a Berkeley in California, ha pubblicato lo scorso anno sul Nikkei Asian Review la propria tesi dal titolo K-pop: Economic Innovation, Cultural Amnesia, and Popular Music in Contemporary South Korea. Afferma che «le percussioni propulsive e i movimenti sincronizzati che hanno spinto i BTS, le Blackpink e molti altri gruppi sudcoreani in cima alle classifiche della musica pop globalizzata sono diventati il simbolo di una nazione per altri versi in declino. Il K-pop è la maschera usata dalla Sud Corea per convincere sé stessa e gli altri di essere importante ma, nonostante lo scintillio superficiale, si porta dietro l’eredità dell’industrializzazione di Stato, il dirigismo, l’ordine gerarchico autoritario e lo sfruttamento della forza lavoro».

Le strane morti del K-pop sudcoreano
K-pop playlist on Spotify

Teenager

I teenager ascoltano la musica su Melon, l’equivalente sudcoreano di Spotify. L’app ha 28 milioni di utenti, disponibile sia per iOS che per Android. Il nome è la sigla di melody on. Dal 2009 il software è gestito dalla compagnia Kakao M, fondata nel 1978 e fra le più grosse società di co-editori della Corea del Sud. «I media qui non ne parlano», ci confida Mindal, giovane sudcoreano, riferendosi al triste elenco di cantanti scomparsi negli ultimi anni.

Emilee invece torna sulle morti di Sulli e Go Ha-ra, sottolineando il ruolo chiave dei commenti negativi ricevuti dalle due star prima dei rispettivi suicidi: «Il caso è stato ripreso da tutti i media ma dopo pochi giorni è come se non fosse accaduto nulla. Le persone hanno opinioni contrastanti in merito. Erano state entrambe bullizzate con tantissimi commenti negativi prima che accadesse. Le critiche giocano un ruolo chiave».

BTS, una delle band con più successo in Corea del Sud