Esclusiva

28 Luglio 2020
La foresta incantata, il marchese e il castello. Benvenuti nel Bosco del Sasseto

In un piccolo borgo dell’Alto Lazio storia, fantasia e natura si fondono. E passeggiare nel bosco dei sassi bianchi è come aprire un libro di fiabe

Alle pendici di Torre Alfina, frazione di Acquapendente in provincia di Viterbo, si estende il Bosco del Sasseto. 60 ettari di “Monumento naturale”, un’area protetta che ha lo scopo di conservare elementi di particolare valore, per rarità, rappresentatività e significati culturali. È il risultato dell’eruzione effusiva di un vulcano, che milioni di anni fa sorgeva al posto del piccolo centro.

Siamo nel cuore della Tuscia, in uno dei “Borghi più belli d’Italia”. Dopo 4 chilometri di jogging mattutino si raggiungono l’Umbria e la provincia di Terni. Un cicloamatore allenato, invece, arriva senza difficoltà al confine con la Toscana senese. Nessuno sa con precisione quanti siano gli abitanti. E al bar del paese la discussione si anima. Chi dice trecento, chi quattrocento. E qualcuno sottolinea la differenza tra estate e inverno. «Per fortuna a luglio e agosto arrivano i turisti», afferma un omone barbuto mentre si accende una sigaretta. Sotto le mascherine si riconoscono tedeschi, olandesi, ma anche romani in fuga dall’afa della città. A 600 metri sul livello del mare le serate sono fresche, serve una maglia a maniche lunghe per passeggiare tra le strette vie e arrampicarsi verso il castello, che dall’Ottavo secolo domina l’altopiano dell’Alfina.

Bosco Sasseto
Torre Alfina

La fortezza venne realizzata durante il regno longobardo di Desiderio e nel corso dei secoli ereditata da diverse casate nobiliari, dai Monaldeschi ai Bourbon del Monte. Fino a Edoardo Cahen d’Anvers, banchiere belga del ceppo degli ebrei aschenaziti. Nel 1880 comprò la tenuta e ristrutturò il maniero, usando i profitti della sua speculazione edilizia nel quartiere capitolino di Prati, costruito a macchia d’olio e senza un piano regolatore. Cinque anni dopo Re Umberto I gli concesse il titolo di Marchese, che trasmise agli eredi.

Fu lui a innamorarsi della selva ai piedi del paese e a farne un giardino privato, realizzando un labirinto di sentieri e passaggi, in piena armonia con la natura. Ogni giorno otto operai si occupavano della manutenzione dei percorsi, mentre le guardie piantonavano gli ingressi. Agli abitanti non era consentito entrare, né tagliare legname per stufe e camini. Il nobile non era un tiranno spietato, ma aveva il timore che quel luogo venisse leso dalla mano dell’uomo. Si racconta che un giorno, scoperto dai custodi a rubare castagne, un bambino perse la cesta e cadde, ferendosi a una gamba. Il Marchese, dispiaciuto per l’episodio, inviò le sentinelle a casa del giovane trasgressore con un paniere pieno di marroni.

Bosco Sasseto

Il viaggio nel Sasseto inizia con un breve tratto ripido. C’è appena tempo di alzare la testa, prima che le massicce torri del castello vengano inghiottite dalla vegetazione. Poi un carpino bianco sbarra il passaggio. È caduto da secoli, ma con tenacia è rimasto attaccato alla vita. Il fusto crea un piccolo ponte naturale, le robuste radici affondano nel terreno e le foglie, sebbene all’altezza del suolo, rimangono verdi. È la vera porta del bosco.

Scendendo, l’atmosfera diventa ovattata, cambiano i colori, gli odori. Tra felci e rocce basaltiche ricoperte di muschio crescono castagni, querce, tigli e altre numerose specie di piante, tutte con età differenti. Ogni albero è protagonista della scena. Alcuni hanno persino le sembianze di un oggetto, un animale o un volto corrucciato, come personaggi disposti a raccontare la loro storia. C’è il faggio, che da “straniero” ha imparato a vivere a minori altitudini grazie a un’inversione termica. L’alto agrifoglio, cresciuto per sfuggire alla voracità delle pecore, quando i pastori si approfittavano della messa domenicale e infrangevano le regole. Senza dimenticare il cerro, che con le fronde accarezza un gemello poco lontano da lui, sfregiato da un fulmine, come a volerlo consolare. E poi tronchi a forma di teschio, dinosauro, toro e ariete. Persino un ramo che sembra una scala a chiocciola. È un microcosmo sospeso tra realtà e fantasia. Leggende locali raccontano di uomini trasformati in licantropi, colpevoli di aver bevuto alla fontanella del lupo, un ceppo cavo dove l’acqua non manca mai. E si dice che il motivo dei caratteristici massi bianchi non sia dovuto al muschio che li ricopre, ma a diavoli e streghe, che con riti notturni impediscono alla vegetazione di crescere come nel resto del bosco.

La foresta incantata, il marchese e il castello. Benvenuti nel Bosco del Sasseto
I sassi bianchi

Il punto più basso dell’itinerario è la radura che accoglie il mausoleo del Marchese. Nato come tomba di famiglia, darà sepoltura solo a Edoardo. Per via delle origini ebraiche, dopo le reggi razziali fasciste del 1938, gli altri componenti dovranno fuggire all’estero, senza più far ritorno in Italia. In alto, al centro dell’opera neo-gotica, svetta lo stemma del marchesato, composto dalla torre, simbolo del borgo, e dal leone con l’arpa, emblema dei Conti Cahen. Era il precedente titolo del clan, conferito dal Re Vittorio Emanuele II a Joseph Meyer, padre di Edoardo, per aver finanziato il Risorgimento italiano.

Un nobile, un castello, un bosco. A raccontarla sembra una fiaba. Non è un caso che il Sasseto sia stato scelto dal regista Matteo Garrone come location del film “Il racconto dei racconti”, e che qui verrà girata una serie animata per bambini, trasmessa il prossimo ottobre su Disney Channel. Il Ventesimo secolo ha però risvolti meno romantici. Con la morte di Rodolfo, nel 1955, termina il dominio dei Cahen. Nel 1959 il castello e le sue terre vengono acquistate dall’imprenditore Alfredo Baroli, titolare della ditta che trentacinque anni prima aveva portato l’illuminazione pubblica nel borgo. Questi deve cederlo nel 1969 in seguito a gravi problemi economici. Per oltre dieci anni è una società a gestirlo, poi nel 1982 arriva l’impresario e dirigente sportivo Luciano Gaucci. È l’ultimo proprietario, fino al 2005, quando il suo Perugia Calcio fallisce.

Dal 2006 il Sasseto rientra tra i siti Natura 2000, riconosciuti dall’Unione europea, e nella rete regionale delle dimore storiche. Vige la regola che niente può essere esportato, né importato in modo artificiale, per non alterare la biodiversità e il ciclo naturale del bosco. Dal 19 settembre 2018 è di proprietà civica del Comune di Acquapendente e per esplorarlo bisogna prenotare con anticipo la visita guidata. Due turni giornalieri fissi, dal venerdì alla domenica, con la possibilità di aggiungerne altri in caso di pubblico numeroso.

Bosco Sasseto

«L’eccezione è diventata la regola. Per fortuna siamo sommersi di lavoro» afferma ridendo Alessandra, una delle guide.

«Quando era privato, il bosco non veniva sponsorizzato a sufficienza e a frequentarlo erano soprattutto i torresi. Negli anni il passaparola e l’avvento di Internet hanno rilanciato questo sito, ma molti turisti non trovavano l’entrata o si perdevano. Altri ancora si fermavano al mausoleo del Marchese, raggiungibile a piedi attraverso una strada sterrata, perché ignoravano ci fosse altro. Due anni fa la situazione è cambiata. L’ingresso controllato ha richiamato e soddisfatto tanti visitatori. A dirlo sono i numeri: nei primi 18 mesi hanno pagato il biglietto in diecimila. Tuttavia l’iniziativa ha fatto storcere il naso a molti, soprattutto ai residenti, che non digeriscono l’obbligo di essere accompagnati in un posto dove sono cresciuti, seppur a titolo gratuito. Capisco il fastidio, ma è la regola del Sasseto, per preservare, curare e rispettare l’ambiente».

Le conseguenze economiche del Coronavirus su questa attività non sembrano catastrofiche. «Quando le famiglie hanno deciso di andare in vacanza, hanno selezionato mete più vicine e alternative. Per paura, o forse per risparmiare. Sta di fatto che in molti ci hanno scelto. Dal 23 maggio, primo giorno di riapertura dopo il lockdown, ogni fine settimana siamo andati in overbooking. Solo in un giorno abbiamo raggiunto le 250 persone. Sarà un agosto di fuoco, dal primo del mese avremo turni dal mercoledì alla domenica, senza contare le visite extra. Tutto nel pieno rispetto delle norme anti-COVID-19. Mascherine al punto di incontro e audioguide per i gruppi di 30-35 unità, il limite massimo, così da garantire una distanza di sicurezza senza perdere le nostre spiegazioni. Sarebbe un peccato non conoscere ogni segreto di questo bosco».