Esclusiva

17 Gennaio 2021
Gabe Fleisher, un ragazzo prodigio da 50mila lettori. L’intervista

Abbiamo intervistato, sugli ultimi sviluppi della politica americana, Gabe Fleisher ideatore, a nove anni, di una newsletter da 50mila lettori elogiata dal New York Times

Per tutta l’adolescenza la sveglia di Gabe Fleisher è suonata ogni mattina dei giorni feriali alle 5:55 per fare in modo che la sua newsletter sulla politica statunitense, Wake Up To Politics, arrivasse poco dopo le 8 nella casella di posta in entrata dei suoi lettori, prima di poter finalmente uscire di casa per andare a scuola come uno studente qualsiasi.

A 15 anni si è visto entrare in casa i reporter del New York Times che, in un articolo del 2017, hanno raccontato la stanza di Fleisher stipata di libri sulla politica e storia americana e hanno parlato con i genitori, compresa sua madre che racconta divertita di essere stata la causa della nascita della newsletter e la sua prima lettrice. O di come sia stato il viaggio con suo padre e sua sorella per assistere alla cerimonia d’insediamento di Barack Obama nel 2008, ad avere acceso in lui la passione per la politica.

Il New York Times definì al tempo la newsletter, che contava 2mila abbonati, «Un sofisticato, ben studiato riassunto delle notizie politiche della giornata…un apriporta accessibile e persino coinvolgente per i lettori». Oggi Wake Up To Politics conta 50mila iscritti da tutto il mondo e Fleisher è una matricola 19enne della Georgetown University con all’attivo interviste a politici di spicco come Nancy Pelosi e uno scoop come quello del 2019 in cui è stato il primo giornalista a raccontare che il sindaco di New York, Bill De Blasio, aveva nei suoi piani di correre per la presidenza. Uno scoop che gli è valsa l’attenzione dei media nazionali (come il New Yorker e il Washington Post) e un’intervista con il sindaco stesso.

Zeta l’ha intervistato sugli ultimi sviluppi della politica americana: l’impeachment, il futuro del presidente Donald Trump e l’inizio del mandato di Joe Biden.

Gabe Fleisher, un ragazzo prodigio da 50mila lettori. L'intervista
Gabe Fleisher

Cosa ne pensa del secondo impeachment del presidente Trump?

«Il voto di mercoledì è stato un momento storico, senza dubbio. Come ho scritto anche nella mia newsletter. Negli ultimi 30 mesi abbiamo avuto lo stesso numero di processi di impeachment degli scorsi 200 anni di storia, ovvero due; nel nostro caso, ovviamente, della stessa persona.

Ora quindi è una questione aperta cosa succederà al Senato. Sarà difficile condannarlo ma è comunque possibile, e non importa come andrà a finire, questo sarà un marchio che segnerà il presidente attraverso la storia.

In un certo senso è uno shock che [il procedimento] arrivi alla fine della sua presidenza, ma da un altro punto di vista è in linea con quanto abbiamo visto in questi quattro anni turbolenti e pieni di scandali e retorica divisiva che, come abbiamo visto la scorsa settimana, ha quanto meno incoraggiato – alla Camera mercoledì hanno detto incitato – ma a prescindere dal linguaggio, come minimo incoraggiato un gruppo di sostenitori ad attaccare il Campidoglio statunitense.

Quindi, di nuovo, è un fatto storico e scioccante ma anche in linea con molta della retorica che abbiamo visto provenire dal presidente nei quattro anni della sua amministrazione».

Pensa sia possibile che 17 Repubblicani votino al Senato per condannarlo?

«Penso che per la prima volta nella presidenza statunitense sia possibile. Penso non lo fosse assolutamente dopo il primo impeachment, quando quel numero di Repubblicani non avrebbe mai votato per la condanna nel caso dello scandalo dell’Ucraina. Ma penso sia possibile questa volta, non è ovviamente garantito, ma penso che dipenderà molto da Mitch McConnell [leader di maggioranza al Senato degli Stati Uniti fino al 20 gennaio, ndr]. Da quanto dicono il New York Times ed altre fonti, e a giudicare da quanto afferma pubblicamente, non esclude di votare per una condanna. Infatti, secondo il quotidiano newyorkese, egli ha espresso in privato supporto per l’impeachment di Trump, almeno alla Camera, e ha detto che Trump ha commesso “dei reati che gli varrebbero l’impeachment”. Dunque sembra possibile. Se votasse a favore di un’eventuale condanna di Trump, porterebbe con sé altri senatori Repubblicani».

Ma Trump ha ancora il sostegno di molti del suo partito, no?

«Sì, molti Repubblicani infatti hanno votato mercoledì contro l’impeachment, ed è notevole il fatto che dieci di loro abbiano votato a favore, ma ovviamente la maggioranza si è opposta.

Nella discussione sull’impeachment alla Camera alcuni di essi hanno portato come motivazione al loro voto contrario il fatto che il procedimento sia stato affrettato. È fuori discussione che lo sia stato, visto che non c’è mai stato un procedimento di impeachment così veloce nella storia; nell’ultimo ci sono volute diverse settimane, si sono tenute audizioni e si è creata una Commissione. È stato un processo lungo e ovviamente questo è stato di una settimana sola.

Tuttavia, è difficile far combaciare parte della loro retorica con le loro azioni. Ad esempio, il richiamo all’unità del Paese. Alcuni Repubblicani dicono che l’impeachment è troppo divisivo, ma le stesse persone hanno votato soltanto una settimana prima affinché non venisse certificata la vittoria di Biden alle elezioni presidenziali. E alcuni di loro, in numero non insignificante, hanno parlato al raduno che ha preceduto l’assalto al Campidoglio. Alcuni hanno incoraggiato i manifestanti a venire a Washington il 6 gennaio e hanno parlato positivamente della manifestazione, che ovviamente si è conclusa in maniera terribile. Non penso stessero incoraggiando i manifestanti a fare quello che poi è successo ma li hanno spronati a venire a Washington e, usando un linguaggio incendiario, hanno parlato di cosa avrebbero dovuto fare una volta arrivati lì. Quindi penso che tutto ciò sia incongruente con il loro attuale appello all’unità nazionale nel caso dell’impeachment. C’è un po’ una mancanza di coerenza qui. Ed è un inizio molto interessante per la presidenza di Biden, questo è certo».

Perché il vicepresidente Pence ha deciso di non ricorrere al 25esimo emendamento?

«Certamente sarebbe stato un modo più veloce per rimuovere Trump ma non penso che questa decisione debba cogliere di sorpresa. Pence è stata la persona più leale al fianco del presidente negli ultimi quattro anni. Ovviamente il mandato si sta chiudendo su una nota più aspra ma la realtà è che in questi quattro anni Pence ha lodato il presidente pubblicamente e costantemente e in privato ne ha raramente, se non quasi mai, parlato male. Hanno costruito una stretta relazione lavorativa quindi non penso dovrebbe cogliere di sorpresa. Altra cosa che vale la pena notare è il fatto che, nella lettera indirizzata alla speaker della Camera Nancy Pelosi, Pence si sia dipinto come qualcuno che gioca secondo le regole e che pensa a se stesso come a un conservatore costituzionale. Nella lettera ha detto che così come non aveva violato la Costituzione invalidando la ratifica del voto dei grandi elettori, come il presidente Trump gli aveva chiesto di fare, così si è rifiutato di ricorrere al 25esimo emendamento perché anche questo avrebbe violato la Costituzione. Visto che il 25esimo emendamento si usa strettamente per la disabilità o incapacità del presidente. Quindi credo che questa decisione fosse molto radicata nella Costituzione. Credo che dopo questi quattro anni Pence cercherà di ricostruire il suo futuro politico e vedere come può salvare la sua reputazione».

Quando si terrà il voto al Senato secondo lei?

«Non sappiamo esattamente quando sarà. Il processo potrebbe iniziare al più presto, già il 19 gennaio, quando si riunirà nuovamente il Senato, nell’ultimo giorno di mandato di Trump. Ma forse potrebbe iniziare ufficialmente anche un paio di giorni dopo come il 21 o il 22 e potrebbe protrarsi fino a febbraio, tra le varie convocazioni di testimoni. Nel caso dell’ultimo impeachment ci sono volute tre settimane, che potrebbe essere un buon termine di paragone. Ma i Democratici potrebbero provare ad affrettarlo perché se dovesse andare avanti a lungo distoglierebbe l’attenzione dai giorni di apertura della presidenza di Biden. Quindi è una questione aperta, credo che probabilmente il voto sarà a febbraio, non credo che nessuna delle due parti sia interessata a farlo durare troppo a lungo. I Repubblicani sono pronti a voltare pagina sull’era Trump e i Democratici ad avviare l’amministrazione Biden».

Se Trump dovesse essere condannato sarebbe automatica la sua interdizione dai pubblici uffici?

«No, il numero di volte in cui è stato messo in stato d’accusa o condannato non conta. Qualora il Senato lo condannasse – cosa per la quale serve il voto favorevole di 2/3 dei suoi membri – servirebbe un altro voto che lo interdica dai pubblici uffici. In tre casi di impeachment che riguardavano giudici, e non presidenti, il Senato ha deciso che la Costituzione gli dava il potere di interdire i funzionari dal ricoprire in futuro altri pubblici uffici».

Cosa ne pensa della decisione di Twitter di sospendere l’account del presidente?

«Penso sia una decisione complicata. Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha rilasciato una dichiarazione mercoledì e ha detto che è stata una decisione difficile da prendere ed è per questo che hanno resistito così a lungo. C’erano richieste da anni ormai di bandire Trump dalla piattaforma. Penso sia difficile, perché certamente Jack Dorsey e molte altre persone hanno guardato a Twitter come a una piazza pubblica, e penso che questa sia stata la visione originale di queste piattaforme e non credo che avrebbero mai pensato di poter aver bisogno di prendere provvedimenti come questo; certamente non per il leader del mondo libero. Ma quello che Twitter ha detto descrivendo la decisione è che credevano che i tweet di Trump incitassero alla violenza e hanno detto di vedere conversazioni in cui la gente interpretava i tweet di Trump come un invito a venire a Washington per le proteste, anche per l’inaugurazione del 20 gennaio.

Così hanno pensato che fosse un pericolo. Non posso dire se questa sia stata o meno la decisione giusta, ma penso che abbia rappresentato certamente un punto di svolta. È stata una decisione con molte conseguenze, soprattutto per quella che sarà l’influenza di Trump ora che si sta allontanando dalla presidenza e che tipo di megafono avrà a disposizione. Credo che avrà più difficoltà a diffondere il suo messaggio ora che tra meno di una settimana non avrà più il megafono dei social media e nemmeno la piattaforma presidenziale. Per certi versi è stato effettivamente messo a tacere dal momento in cui lascerà l’incarico. Per altri ovviamente, può sempre andare in tv e ai raduni, ma per quanto riguarda i modi in cui si sente più a suo agio e preferisce comunicare, quelli gli sono stati tolti».

Quali saranno le priorità del presidente eletto Joe Biden appena si insedierà?

«Penso che la numero uno sarà certamente il Coronavirus. Credo che una delle sue priorità sarà velocizzare le vaccinazioni e anche il pacchetto di stimoli che vuole far passare al Congresso e che probabilmente con la maggioranza in entrambe le Camere non dovrebbe avere problemi a passare».