Esclusiva

10 Marzo 2021
Etiopia, la guerra non è finita

Una chiacchierata con Camillo Casola, ricercatore del programma Africa dell’Ispi, per capire che cosa sta succedendo nel paese guidato da Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019

Gli scontri stanno devastando l’Etiopia del nord dallo scorso 4 novembre quando il governo federale del primo ministro Abiy Ahmed ha lanciato un’offensiva militare contro il  Tigray People’s Liberation Front (T.P.L.F.), la fazione al potere nella regione del Tigray, dando inizio ad un conflitto che sta causando migliaia di morti e oltre due milioni di profughi.

«Per comprendere la crisi in Tigray dobbiamo partire dalla struttura istituzionale dello stato – spiega Camillo Casola, ricercatore del programma Africa dell’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale – i confini delle nove macroregioni sono tracciati seguendo le linee di popolamento etnico di ciascuna area, dando vita un governo federale a base etnica». I tigrini non sono il gruppo etnico maggioritario, dovrebbero costituire circa il 6% dei 110 milioni di abitanti dell’Etiopia, la seconda nazione più popolosa dell’Africa dopo la Nigeria, ma dal 1991 quando le loro forze armate hanno dato un grande contributo alla liberazione del paese dalla dittatura militare di Menghistu, hanno acquistato prestigio e governato l’Etiopia, dando vita alla coalizione dell’ Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (Eprdf), costituita da quattro partiti e sostenitrice dell’approccio federalista. 

Nel 2012 muore Meles Zenawi, tigrino, figura forte che ha guidato l’Etiopia dal 1991, creato una governance politica e rilanciato l’economia. Il vuoto lasciato dalla sua morte viene riempito da Hailemariam Desalegn che, seppur di un’etnia minoritaria diversa dalla tigrina, era parte della stessa coalizione e consentì ai tigrini di continuare ad esercitare una forma di controllo sugli equilibri politici del paese finché improvvisamente non rassegnò le dimissioni. «È qui il primo vero momento di game changing nella storia recente dell’Etiopia: per la prima volta viene indicato un primo ministro, Abiy Ahmed, che appartiene al gruppo etnico maggioritario, l’etnia Oromo. Abiy è l’attuale primo ministro etiope. Dopo quasi 30 anni il ruolo dominante che le elite tigrine esercitavano ad Addis Abeba, sul governo federale, si incrina».

Con Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019, l’Etiopia decolla. Liberalizzazione politica, economica, gender empowerment e accordi di pace con l’Eritrea, con la quale le ostilità – sia per l’affaccio strategico sul Mar Rosso sia per tensioni interne alle elite (i tigrini con le confinanti etnie eritree) – andavano avanti dal 1993 quando l’Eritrea ottenne l’indipendenza con un referendum e non si sono mai completamente fermate. Agli accordi di Gedda, in Arabia Saudita, del 2018, tra Abiy Ahmed e il primo ministro eritreo Isaias Afwerki non ha fatto seguito una propria normalizzazione dei rapporti tra i due stati. 

«Abiy durante il suo mandato scioglie l’Eprdf e forma il Prosperity Party, un partito unitario che viene visto, soprattutto dal TPLF, come un’istituzione volta a ridurre il potere delle periferie ed a accrescere quello centrale. La tensione tra TPLF e Abiy Ahmed arriva al culmine quando, a causa del coronavirus, il primo ministro decide di rimandare le elezioni parlamentari previste per agosto 2020 rimanendo al potere nonostante il suo mandato fosse terminato. Il TPLF ritiene illegittima la detenzione del potere di Abiy e tiene le elezioni regionali in Tigray nonostante il divieto, ottenendo il 98% dei consensi».

Il 4 novembre, in risposta ad un attacco che il braccio armato del TPLF avrebbe fatto contro l’esercito nazionale, il governo centrale lancia l’offensiva militare in Tigray. Il conflitto ufficialmente dura soltanto pochi giorni e il 28 novembre viene annunciata la presa della capitale regionale Mekelle «Abbiamo completato e cessato le operazioni militari» aveva detto il primo ministro ma la situazione sul campo è diversa: i leader del TPLF non si sono arresi e continuano i combattimenti con metodi di guerriglia. «Il conflitto si è trasformato in una guerra di logoramento destinata a durare a lungo sia per il sostegno che il TPLF ha da parte della popolazione, sia per la capacità militare di cui dispone» spiega Casola.

Le restrizioni alle comunicazioni nel Tigray e le difficoltà di accesso in alcune aree (sia per i giornalisti sia per i gruppi di aiuto internazionale) hanno reso difficile avere chiara la piena portata della crisi. Si stima che ci siano migliaia di morti nei combattimenti, che i profughi siano 2,2 milioni e che circa 60.000 persone abbiamo già attraversato il confine con il Sudan. Sono quattro milioni e mezzo coloro che hanno bisogno di acqua, cibo e medicine. Come si legge dai report delle Nazioni Unite e di Amnesty International ad aggravare la profonda crisi umanitaria in atto ci sono le violenze e i crimini che stanno commettendo le forze irregolari che si sono radunate dietro la campagna militare: i soldati eritrei e le milizie Amhara (gruppo etnico etiope) che compiono massacri, saccheggi, stupri e sequestri. 
Il The New York Times parla di un tentativo di pulizia etnica nel Tigray realizzato attraverso l’uso organizzato della forza e dell’intimidazione. 

I leader europei, le Nazioni Unite e il Segretario di Stato americano Antony J. Blinken sono sempre più preoccupati per il precipitare della situazione in Etiopia e fanno pressione su Abiy Ahmed affinché metta fine alle ostilità. «L’Etiopia di Abiy era considerata dalla comunità internazionale il partner principale nell’ Africa subsahariana, un interlocutore credibile con cui dialogare, come si è visto nel ruolo di coordinamento che ha svolto per la gestione della pandemia in Africa» ma da paese stabile, in crescita, con ambizioni di leadership, adesso l’Etiopia rischia di diventare la ragione della destabilizzazione del Corno d’Africa.

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