Esclusiva

1 Marzo 2021
Klubrádió, un simbolo della lotta per la libertà di stampa

András Arató, fondatore dell’ultima radio indipendente dell’Ungheria, racconta a Zeta le ragioni che hanno costretto l’emittente a lasciare la frequenza 92.9

Alla mezzanotte di domenica 14 febbraio Klubrádió ha chiuso le trasmissioni analogiche e si è trasferita sul web. «Non è la fine di una storia ma l’inizio di una nuova challenge – dice Arató collegato dai suoi studi di Budapest – il governo di Orbán voleva costringerci al silenzio ma ha commesso un errore: lo scandalo internazionale causato dal mancato rinnovo della licenza ci ha portato molti nuovi ascoltatori. Non è cambiato niente su internet, il nostro format è lo stesso e attraverso il sistema di donazioni, con il quale ci finanziavamo già, possiamo resistere all’infinito anche da qui». 
Klubrádió è considerata come una delle ultime radio indipendenti dell’Ungheria, una delle poche rimaste a ospitare voci critiche nei confronti del primo ministro, Viktor Orbán, e del partito di governo Fidesz. Per questo, come riferisce alla stampa Mihaly Hardy, direttore delle news e dell’attualità, il governo vuole spegnerci «un buco nel pallone della propaganda dal quale può fuoriuscire aria di verità».

Il Consiglio dei media ungherese, il NMHH, lo scorso settembre non ha concesso la proroga della licenza di trasmissione a Klubrádió perché l’emittente ha violato le regole inviando in ritardo i report con i dati dei programmi andati in onda nel 2016-2017

Intervista a András Arató

«C’è una base formale per la quale ci accusano. La legge dice che l’aver commesso la stessa violazione due volte in un anno è un motivo valido per non rinnovare la licenza. Ma anche altri media hanno fatto lo stesso errore e sono stati soltanto sanzionati amministrativamente. Per questo inizialmente non ci siamo preoccupati e abbiamo pagato la multa che, sottolineo per far capire l’entità della violazione, è di circa 100 euro». 

Qualche giorno fa, il 9 febbraio, il tribunale ungherese ha confermato la revoca della licenza e respinto il ricorso di Klubrádió «senza spiegare le motivazioni che hanno portato al verdetto». 

È in dubbio l’indipendenza del sistema giudiziario ungherese dal potere del partito di governo Fidesz e l’autonomia del NMHH, il consiglio dei media, che fa riferimento al Parlamento ungherese che elegge i membri del board e sceglie il presidente.

L’Ungheria dal 2011, quando Orbán ha avviato la prima riforma nel settore dei media, è scesa dal 23° al 89° posto su 180 paesi, nell’indice sulla libertà di stampa stilato Reporters Without Borders. I sostenitori del governo stanno gradualmente assumendo la direzione dei mezzi di comunicazione causando scandali periodici che catturano l’attenzione internazionale. Poco più di due anni fa, 500 società – tra cui portali online, giornali locali, radio e canali televisivi – sono state raggruppate in un’unica fondazione vicina al governo. Lo scorso luglio Szabolcs Dull, il direttore di index.hu, uno dei siti più letti nel paese con 1,5 milioni di visite al giorno, è stato licenziato dopo aver scritto in un editoriale i suoi timori per l’indipendenza della testata perché un imprenditore vicino ad Orbán aveva acquistato il 50% di una società che controlla la pubblicità e le entrate di IndexSecondo ISPI, l’Istituto di politica internazionale, oggi il 90% dei media del paese è sotto il controllo del governo

Nel 2018, inoltre, il Consiglio d’Europa aveva avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Ungheria, per aver violato i valori dello stato di diritto in materia di indipendenza giudiziaria, libertà di espressione, corruzione, diritti di minoranze, migranti e rifugiati. 
La procedura non ha portato l’Ungheria [e la Polonia] – a riallinearsi con i valori fondanti dell’Unione Europea e lo scontro sullo stato di diritto è riemerso quando i due stati hanno minacciato di porre il veto sull’approvazione del budget dell’Unione per uscire dalla recessione economica causata dal Covid19, perché l’erogazione dei fondi sarebbe stata legata ad un nuovo meccanismo di tutela dello stato di diritto non condiviso dai governi di Ungheria e Polonia.

L’Europa resta, infatti, preoccupata per il rispetto della carta dei diritti fondamentali in Ungheria «per la libertà di espressione, di informazione e di impresa» riporta Christian Wigand, uno dei portavoce della Commissione europea riferendosi al caso di Klubrádió, e per il pluralismo e l’influenza politica sui media del paese. In una lettera inviata al governo di Orbán la Commissione Europea ha definito discutibili le motivazioni che hanno costretto Klubrádió a lasciare le frequenze e chiede di far riprendere le trasmissioni almeno finché la decisione non diventerà legalmente vincolante.

«Non ci siamo arresi, la nostra battaglia legale è ancora in corso» dice Arató. È un ingegnere e un investitore, ha fondato la radio vent’anni fa. «Nessun eroe diventa tale intenzionalmente, succede così. È la storia che ha fatto di Klubrádió un simbolo nella lotta per la libertà di stampa». 
Parla un buon italiano che studia da un paio d’anni, scherza, ed è soddisfatto dell’interesse che il nostro paese e l’opinione pubblica internazionale stanno dedicando alla vicenda. «Però credo che l’Ungheria non debba aspettare l’Europa per risolvere i problemiOrbán porta avanti una battaglia per la libertà dalle intromissioni dell’Unione Europea finanziata dalla stessa Unione. Assurdo. Ed è anche grazie ai fondi che arrivano dall’UE che riesce a mantenere il consenso, vorrei che l’Europa non finanziasse i nemici dei suoi stessi valori essenziali». 

Il primo giorno sul web Klubrádió ha aperto le trasmissioni con l’Inno alla Gioia, l’inno d’Europa, simbolo di libertà, pace e solidarietà per gli uomini.

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