Esclusiva

15 Aprile 2021
Dalla rigidità di Deep Blue contro Kasparov alle sottigliezze di Maia

Il campione del mondo Garry Kasparov negli anni Novanta fu battuto da un computer IBM. Da allora molto è cambiato, oggi anche gli scacchi ragionano con l’intelligenza artificiale e non solo con la rigidità dei calcolatori elettronici

Il 10 febbraio del 1996 in un anonimo centro congressi di Philadelphia, Garry Kasparov non era seduto di fronte a un computer. Dall’altra parte del tavolo aveva preso posto un giovane di origine asiatica, Feng-Hsiung Hsu, che dopo aver recepito l’elaborazione di ogni singola mossa da parte del computer che aveva di fianco, faceva scivolare i pezzi sulle sessantaquattro caselle. Il computer decise di aprire di Siciliana, Variazione Alapin. Arrivato alla sua trentasettesima mossa Kasparov, che giocava Nero, guardò la scacchiera, quindi gli occhi di Feng-Hsiung, e con il fare scostante del genio estroso, si alzò dritto in piedi per stringergli la mano: si arrendeva.

A batterlo non era stato il “Vantaggio del tratto” – come viene definita negli scacchi la regola che vede il Bianco muovere per primo – ma la netta supremazia di un computer progettato e pensato per una sola funzione, giocare a scacchi. C’erano voluti più tentativi, Feng-Hsiung aveva già provato in passato a sfidarlo con il suo Deep Thought, l’antenato di Deep Blue, che era in grado di analizzare fino a 720mila mosse in un secondo, e con il quale vinse il titolo mondiale di scacchi per computer. Eppure contro Kasparov perse. Il giovane studente di origine cinese aveva dedicato la sua tesi di laurea a quel progetto, e decise di non abbandonarlo. Iniziò a collaborare con il gigante indiscusso della tecnologia informatica del tempo, IBM, e fu così, dalle ceneri della macchina il cui nome si ispirava al romanzo di Douglas Adams – Guida galattica per gli autostoppisti – chenacque Deep Blue.

Dalla rigidità di Deep Blue contro Kasparov alle sottigliezze di Maia

Garry Kasparov, scacchista russo allora campione del mondo in carica durante la sfida contro IBM Deep Blue a Philadelphia, di fronte a lui, Feng-Hsiung Hsu

Nel 1996, a distanza di sette anni, la macchina di Feng-Hsiung si prese la sua rivincita. Non fu tanto il predominio sul gioco, o la strategia, a risultare evidente agli osservatori della partita, quanto il predominio sul tempo. Quando si arrese, Kasparov aveva ancora 5 minuti e 42 secondi sul suo orologio da gioco, Deep Blue più di un’ora. Qualcosa era cambiato nelle capacità di calcolo di quella macchina, che a differenza di Deep Thought, ora poteva analizzare volumi di dati assurdi, pari a 16 miliardi di mosse al minuto.

Nel 1985 ad Amburgo Kasparov aveva già froteggiato 32 chess-computers vincendo tutte le sfide. Dopo l’incontro del 16 febbraio ce ne saranno altri, e quella prima manche di sfide verrà vinta alla fine dal campione russo, eppure quegli istanti nell’auditorium di Philly segnano un prima e un dopo. Una macchina ha battuto per la prima volta nella storia un campione del mondo in carica. Allo sgomento generale si aggiunse il fatto che i computer non erano all’epoca una tecnologia familiare alla maggior parte delle persone, ma qualcosa di primordiale, ancora inesplorato, e nonostante la loro arretratezza avevano già dimostrato la supremazia in qualcosa.

Dalla rigidità di Deep Blue contro Kasparov alle sottigliezze di Maia

The Queen’s Gambit, la recente serie Netflix ha riportato il pubblico di massa a un interesse per il mondo degli scacchi, courtesy Netflix

Nel 1997 sempre in una sfida a sei partite totali, Kasparov alla fine perse. Deep Blue era stato allenato a dovere, la sua capacità di calcolo portata fino a contemplare 200 milioni di posizioni al secondo, contro le 3 di Kasparov. Lasciando l’incontro, il campione russo, dichiarò ancora scosso che in quelle mosse non gli era sembrato di vedere la freddezza di una macchina, ma un’intelligenza e una creatività quasi umani.

Gli appassionati e gli esperti di intelligenza artificiale amano citare il paradosso di Moravec. Negli scacchi, come in molti altri ambiti, le macchine sono brave in ciò in cui sono deboli gli esseri umani, e viceversa. Nel 1988 lo studioso di robotica Hans Moravec scrisse: «È relativamente facile fare in modo che il rendimento dei computer sia pari a quello degli adulti nei test d’intelligenza o nel gioco della dama, ma è difficile se non impossibile dare loro le abilità di un bambino di un anno in quanto a percezione e mobilità». Oggi questa affermazione andrebbe forse rivista.

Dalla rigidità di Deep Blue contro Kasparov alle sottigliezze di Maia

Una foto del giovane Alan Turing tratta da un annuario scolastico

Alan Turing, uno degli scienziati più importanti del secolo scorso, inventore delle prime “macchine”, gli antenati dei computer – tra cui la più celebre che servì a decrittare il codice Enigma che i nazisti usavano durante la IIa G.M. – era arrivato a porsi una domanda. Che cos’è una macchina? È possibile costruirne una che, manipolando dei simboli e delle regole in modo meccanico, senza l’intervento dell’uomo, sia in grado di dimostrare o confutare delle affermazioni? Che possa cioè essere dotata di una sua forma di intelligenza e, quindi, perciò pensare?

Decenni dopo, a quella domanda anche per gli scacchi è arrivata una risposta affermativa. C’è una macchina di nome Maia, creata da Jon Kleinberg, docente della Cornell University di Ithaca, New York che gioca in una maniera molto particolare. Invece di annichilire subito gli avversari, ne studia scelte e passi falsi per rendersi più utile in prospettiva. In quanto Intelligenza Artificiale e non più semplice calcolatore, fa un passo in più, per cercare di capire meglio il modo in cui giocano gli esseri umani. Scava nei risvolti più intimamente psicologici per usarli a suo vantaggio. Vuole infatti prevedere le mosse degli esseri umani e le loro scelte, inclusi gli errori che potrebbero compiere, e che matematicamente compiono. Kleinberg  è convinto che Maia costituisca il primo passo per sviluppare un’intelligenza artificiale in grado di comprendere la fallibilità umana.

Dalla rigidità di Deep Blue contro Kasparov alle sottigliezze di Maia

Maia, il nuovo software di Intelligenza Artificiale appositamente progettato per il gioco degli scacchi da un gruppo di studio della Cornell University

Turing morì suicida nel 1954, addentando una mela intinta nel cianuro di potassio, incompreso e emarginato, non potendo assistere a molti degli sviluppi che l’informatica ebbe nel corso del secolo scorso, una scienza a cui aveva contribuito da precursore quanto Giotto aveva fatto per la pittura Rinascimentale. Steve Jobs non smentì mai di aver dedicato il simbolo della sua Apple, la mela morsicata, come omaggio alla sua travagliata e geniale vita: colui che seppe aprire gli orizzonti dell’informatica, ma non sopravvivere all’infinita stupidità della gente che lo circondava. Chissà cosa direbbe oggi, che il famoso test che porta il suo nome è stato superato con ottimi voti proprio da una macchina.