Esclusiva

28 Aprile 2021
Il caso Floyd: storia di una “tempesta perfetta”

La morte di George Floyd ha risvegliato il dibattito sul tema della militarizzazione della polizia. Black Lives Matter chiede ora al neo-presidente di prendere provvedimenti prima dello scadere del suo centesimo giorno in carica. Ne abbiamo parlato con il giornalista Adil Mauro

Quel 25 maggio 2020 a Minneapolis, il grido di dolore di George Floyd, «I can’t breathe», ha risvegliato le coscienze di tutto il mondo sulla questione della giustizia razziale e della brutalità della polizia in America. A meno di un anno da quel giorno, lo scorso 20 aprile, l’uomo che per 8 minuti e 46 secondi ha tenuto il ginocchio premuto sul collo di Floyd, Derek Chauvin, è stato ritenuto colpevole di tutti e tre i capi d’imputazione: omicidio colposo, omicidio di secondo e terzo grado. E ora rischia fino a 40 anni di carcere.

Il caso Floyd ha rappresentato «una tempesta perfetta», secondo il giornalista italo-somalo Adil Mauro, che ha toccato varie corde del dibattito pubblico sulla polizia. «A differenza delle 17 denunce che Chauvin aveva già collezionato nella sua ventennale carriera, quello che ha fatto a Floyd è stato filmato. La pratica di filmare le brutalità della polizia è una tradizione che va avanti dal marzo del ’91. Bisogna sempre ricordare l’importanza di ciò che ha fatto Darnella Frazier la ragazza, all’epoca diciassettenne, che ha ripreso quegli 8 minuti e 46 secondi che hanno ridato vigore alle proteste Black Lives Matter, che vanno avanti ormai dal 2013».

Inoltre, il processo contro Chauvin, in cui sono state chiamate a testimoniare ben 45 persone, si è contraddistinto per l’abbattimento del cosiddetto “Blue wall”, il muro di omertà che caratterizza i processi contro membri delle forze dell’ordine. Contro Chauvin infatti hanno testimoniato anche alcuni suoi colleghi.

«Una volta che Floyd aveva smesso di opporre resistenza, Chauvin avrebbe dovuto fermarsi, e sicuramente avrebbe dovuto farlo quando Floyd era sofferente e ha cercato di esprimerlo», ha detto il capo del dipartimento di polizia di Minneapolis, Medaria Arredondo, nella sua testimonianza.

«La frase standard nella difesa dei poliziotti è: “temevo per la mia vita”», dice Mauro. «Anche in questo caso, subito dopo l’accaduto, i colleghi di Chauvin avevano detto di aver temuto di poter essere aggrediti dai passanti che assistevano all’arresto di Floyd. In realtà ci sono video che mostrano che, a parte inveire contro di loro, nessuna persona li ha mai messi in pericolo. Senza una prova video la loro parola è legge, e in molti casi i procuratori si rifiutano di incriminare gli agenti».

C’è un altro fatto che rende il caso Floyd un unicum: «In passato nei processi contro i poliziotti la strategia di usare le droghe per ribaltare i ruoli, trasformare la vittima nel colpevole, ha funzionato quasi sempre», scrive Alessio Marchionna nella sua newsletter per Internazionale. «Il fatto che stavolta i giurati si siano rifiutati di credere a questa tesi rappresenta forse la maggiore novità del processo contro Chauvin». Floyd, infatti, che era stato fermato dalla polizia dopo che un commerciante di Minneapolis l’aveva accusato di aver pagato un pacchetto di sigarette con una banconota ritenuta falsa, faceva uso di Fentanyl, un potente oppioide.

«La difesa di Chauvin ha tentato con scarsi risultati di farlo passare come un malore dovuto alle condizioni pregresse di Floyd, un fruitore di questo tipo di sostanze», dice Mauro. «In realtà l’epidemia di oppioidi in America riguarda anche le persone bianche e non è facilmente circoscrivibile alla razza». Con l’assassinio di Floyd hanno ripreso vigore le proteste dei movimenti per i diritti civili e di Black Lives Matter. Una delle più importanti rivendicazioni di questi movimenti riguarda la de-militarizzazione delle forze dell’ordine.

Nel 1997 sotto l’amministrazione Clinton fu approvato nel National Defense Authorization Act –documento che stabilisce il budget per il Dipartimento della Difesa – il programma 1033. Questo istituto prevede che il Pentagono possa trasferire il suo armamento in eccesso alle autorità locali, che pagano in cambio solo i costi della consegna. Dalla sua entrata in vigore, secondo il Law Enforcement Support Office (LESO), più di 8mila agenzie di sicurezza hanno aderito al programma e sono state trasferite proprietà per un valore di 7,4 miliardi di dollari.

Nel 2015 il presidente Barack Obama, a seguito delle proteste BLM di Ferguson (Missouri) – scoppiate dopo la morte di un diciottenne afroamericano – aveva provato con un ordine esecutivo a porre un freno alla militarizzazione della polizia. In particolare, si vietava l’acquisizione con il programma 1033, di certi tipi di armamenti da parte delle forze dell’ordine statali e locali. Tuttavia, con l’arrivo della presidenza Trump le restrizioni imposte dall’amministrazione precedente sono state revocate.

Ora sotto l’amministrazione Biden ci si aspetta un cambio di passo. Alcuni democratici hanno già chiesto nei giorni scorsi un ordine esecutivo sulla scia di quello di Obama per fermare questo fenomeno. «Decadi di militarizzazione delle forze dell’ordine della nostra nazione hanno fatto sì che alcuni dipartimenti di polizia assomiglino più a un esercito occupante che a un braccio del governo locale o statale basato sulla collettività», hanno scritto 29 democratici in una lettera indirizzata alla Casa Bianca. In realtà, alcune previsioni in questo senso sono già contenute nel “George Floyd Justice in Policing Act”, che la Camera ha approvato il mese scorso. Il destino di questo provvedimento è tuttavia incerto in un Senato spaccato 50-50 tra democratici e repubblicani.

Lo stesso Black Lives Matter sta premendo affinché il presidente prima del suo centesimo giorno in carica, il 30 aprile, emani un ordine esecutivo. «Sfortunatamente», recita un comunicato del movimento, «il flusso di equipaggiamento militare verso la polizia con il programma 1033 ha subito un’accelerata sotto l’amministrazione Biden. […] Non è un segreto che la violenza della polizia contro i neri sia direttamente correlata al programma 1033».

Il tutto mentre la brutalità delle forze dell’ordine nei confronti degli afroamericani non accenna a placarsi. Proprio nei giorni in cui si svolgeva il processo a Chauvin, a pochi chilometri di distanza, a Brooklyn Center nel Minnesota, un afroamericano – Daunte Wright – veniva ucciso da una poliziotta che aveva confuso la pistola con il taser. Pochi giorni dopo, a Columbus (Ohio), è stata la volta di una sedicenne afroamericana – Ma’Khia Bryant. Mercoledì scorso poi, a Elizabeth City nel Nord Carolina, un agente ha sparato e ucciso Andrew Brown Jr. durante la notifica di un mandato di perquisizione.

«Quando si parla di violenza dei manifestanti si parla di gente che scende in piazza, non di un apparato repressivo militare dislocato sul territorio nazionale, come se stessero presidiando una landa desolata dell’Afghanistan…è un approccio che ha radicalizzato lo scontro», conclude Mauro.

Foto di Bruce Emmerling da Pixabay