Esclusiva

7 Maggio 2021
Le lotte per il cibo nel Libano che muore di fame

La metà dei libanesi è in condizioni di povertà. Prezzi alle stelle, mancanza di cibo e medicine, un governo ancora da formare. Nel vuoto della politica, le persone sono abbandonate a se stesse, gli unici aiuti da parte delle Ong

«La situazione in Libano è peggiorata. La povertà attorno a noi sta diventando sempre più diffusa. Non abbiamo scorte di cibo come latte per bambini, olio. Ogni giorno ci sono lotte al supermercato per accaparrarsi il cibo».  

Peter Mahfuz, a capo dei giovani della Caritas libanese, risponde a telefono dal nord del paese. Da mesi la sua associazione è impegnata su tutto il territorio e in particolare nella capitale Beirut, per sostenere le tante famiglie che non riescono più a comprare da mangiare o a pagare l’affitto.  

«Ogni volta che distribuiamo il cibo, le persone vengono tutte insieme, litigano per accaparrarselo. Cerchiamo di aiutare quanti più possibile, facciamo delle liste prioritarie: prima le famiglie senza lavoro, con bambini o anziani a carico».  

Le lotte per il cibo nel Libano che muore di fame
Una volontaria mette del cibo in una scatola di plastica per distribuirlo alle persone in difficoltà durante il mese santo di digiuno del Ramadam, a Nabatiyeh, Libano, 1, maggio 2021. Picture taken May 1, 2021. REUTERS/Aziz Taher

Dal 2019 il Libano è piombato in una gravissima crisi economica che ha spinto la metà della popolazione sull’orlo della povertà, secondo le stime della Commissione economica e sociale per l’Asia Occidentale dell’Onu. La lira libanese si è deprezzata rispetto al dollaro. Un colpo durissimo per un paese che si regge per l’80% sulle importazioni. Sul mercato nero un dollaro vale in media 12.000 lire, otto volte il tasso di cambio ufficiale. Di fronte a un aumento vertiginoso dei prezzi, i salari sono rimasti gli stessi ma il potere d’acquisto si è drasticamente ridotto. Il prezzo del cibo è aumentato di cinque volte rispetto al 2019. Un litro di latte è passato dal costare 3.000 lire nel 2019 a 10.000 nel 2021.  

«È la follia. Quello che sta succedendo in Libano assomiglia a ciò che è successo in Venezuela», dice Marie-Joëlle Naïm-Zraick, presidente dell’associazione umanitaria Secret Heart, che distribuisce pacchi alimentari a Beirut. Guida uno staff di dieci volontari. Nei pacchi c’è salmone, carta igienica, riso, zucchero, pasta, farina, latte. L’associazione aiuta 38 famiglie, molte delle quali appartenevano alla classe media, impoverita dalla crisi. Le richieste di sostegno sono in aumento ma non ci sono le possibilità economiche per arrivare a tutti. 

L’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, innescata dall’incendio di un carico di nitrato di ammonio stipato in un deposito, che ha provocato più di 200 morti, ha aggravato la situazione. Molte persone hanno perso case, negozi, i propri cari. «In una delle famiglie che aiutiamo il padre lavorava al porto, è morto nell’esplosione. È rimasta la madre a crescere da sola due figli adolescenti, senza lavoro, senza stipendio. Hanno avuto qualche aiuto ma il governo non fa niente, ci sono solo iniziative private», racconta Naïm-Zraick. Non solo il dolore e la sofferenza, ma anche il problema del quotidiano, la necessità di sopravvivere in qualche modo. «Siamo un popolo preso in ostaggio da dirigenti che non hanno nessuno scrupolo. Le famiglie sono lasciate a se stesse, non ci sono altro che le Ong».  

Le lotte per il cibo nel Libano che muore di fame
Vista del luogo dell’esplosione del 4 agosto al porto di Beirut, Libano, 18 febbraio 2021. REUTERS/Mohamed Azakir

Saad Hariri, già tre volte primo ministro, fatica a mettere insieme una squadra di governo in grado di varare le misure urgenti di cui il paese ha bisogno. In questa fase di interregno, la guida del Libano è rimasta nelle mani dell’ex primo ministro, Hassan Diab, costretto alle dimissioni dopo l’esplosione ma ufficialmente ancora in carica finché non sarà risolto lo stallo attorno al prossimo esecutivo.  

Le lotte per il cibo nel Libano che muore di fame
I familiari delle vittime dell’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto prendono parte a una cerimonia per ricordare i nove mesi dal disastro che ha ucciso almeno 207 persone e che ne ha ferite almeno 6000.

Al collasso politico ed economico, una situazione che non si vedeva da trent’anni, si è aggiunta la crisi sanitaria causata dalla pandemia, con mezzo milione di libanesi contagiati – a fronte di una popolazione di 6 milioni di abitanti – e a fare da argine un sistema sanitario già fragile e poco finanziato.  

«La situazione non è sotto controllo, le persone non sono focalizzate sul Covid, pensano al lavoro e a fare soldi per sopravvivere», afferma il dottor Joseph El-Khoury, professore associato di psichiatria all’Università americana di Beirut e presidente dell’Associazione degli psichiatri libanesi. «Si lamentano per gli effetti del lockdown, hanno paura per la loro salute, di non essere in grado di pagare i loro farmaci, di non potersi permettere le necessità di base. C’è chiaramente un aumento dei disordini psichiatrici collegati allo stress, come depressione, ansia, insonnia, attacchi di panico, persone che non ne hanno mai sofferto ora li accusano».A pagare lo scotto della crisi e a chiedere aiuto non sono solo gli anziani, isolati dal Covid, spaventati perché i loro conti bancari sono stati congelati, ma anche i più giovani.  

Intanto oltre al cibo, anche le medicine sono rincarate. Il costo del paracetamolo è quattro volte più alto rispetto al 2019. Il prezzo di altri farmaci, come la penicillina, l’insulina e le medicine psichiatriche è rimasto a lungo basso grazie all’intervento della Banca centrale libanese che ha però recentemente minacciato di voler eliminare i suoi sussidi. L’annuncio ha creato il panico e generato un assalto alle farmacie. Gli scaffali sono vuoti, le scorte esaurite.

Le lotte per il cibo nel Libano che muore di fame
Distribuzione di medicinali da parte della Croce Rossa libanese

«Il popolo è in uno stato terribile, non c’è speranza», dichiara Naïm-Zraick. «Per me il compito di un governo è prendersi cura della gente, negli ultimi anni è arrivato sempre troppo tardi. Ora è tempo che prenda le redini della situazione», conclude El-Khoury.