Esclusiva

Maggio 12 2022
Dietro gli scatti

Le novità tra le fotografie vincitrici del World Press Photo 2022

«Il World Press Photo rappresenta l’evoluzione del giornalismo visivo.»

Circondati da colonne di marmo giallo, si stagliano su pareti bianche e imponenti i vincitori del premio World Press Photo (WPP) 2022. È il Palazzo delle esposizioni di Roma a ospitare la mostra che premia le fotografie che hanno avuto maggiore rilevanza nell’ambito giornalistico.

L’organizzazione WPP nasce in Olanda nel 1955 e ogni anno premia, per categorie, le migliori foto. La giornalista e fotografa Alessandra Mauro precisa che «devono avere un significato giornalistico importante, non vengono premiate le foto più belle».

«Ogni anno una giuria si riunisce per selezionare le fotografie per categorie standard. Di solito si premiava la sezione Breaking news o People in the news. Adesso sono state introdotte categorie rappresentative delle innovazioni del fotogiornalismo. Oggi troviamo sezioni come l’Open format che unisce immagini e video, tecniche fotografiche nuove e addirittura stampa 3D.»

Come il caso di Jonas Bendiksen premiato con un progetto documentaristico sulla produzione di fake news. Le persone ritratte nelle fotografie di Bendiksen non esistono. I ritratti sono modelli in 3D generati al computer. L’intento del fotografo è quello di sottolineare la facilità con cui le fake news possono essere prodotte. 

«I progetti multimediali offrono nuove visioni e possibilità narrative per chi lavora con l’immagine, che può essere fissa o in movimento. Questa ‘confusione’ è un segno molto bello di vitalità.»

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Jonas Bendiksen – questa ragazza non esiste.

«Le storie e i format che sono stati premiati sono totalmente rivoluzionari per tematiche e stile. Alcuni di questi lavori, anni fa, non avrebbero trovato spazio all’interno di questa mostra, ma oggi anche il giornalismo si interessa ai ritratti.»

È l’esempio di Irina Werning e la storia di Antonella, una ragazza di dodici anni di Buenos Aires che decide di non tagliarsi i capelli, per lei grande simbolo identitario, fino alla fine della pandemia. 

Un’ulteriore novità del WPP di quest’anno è la divisione in aree geografiche della giuria, dove ognuno ha espresso la sua scelta sulla foto migliore. Un cambiamento rispetto agli altri anni in cui c’era una giuria unica.

Su quest’ultima novità Mauro avanza le sue perplessità: «perché dobbiamo dividere il mondo in aree? Uno dei tratti distintivi del WPP era quello di essere world, mondiale. Si presupponeva che il fotografo fosse itinerante, che il suo sguardo fosse importante a ogni diversa latitudine. Penso che con la divisione geografica si perda l’idea di un mondo inteso come unico.»

Dalla pandemia, alle fake news, dall’invasione dei talebani, alla guerra in Ucraina, i vincitori del WPP si presentano come finestre sulla realtà dell’anno appena trascorso. Tra le tematiche spicca la crisi climatica. Persone che camminano sul ghiaccio sottile della Sachà, in Siberia, negli scatti di Nanna Heitmann.

Abriansyah Liberto si guadagna uno spazio grazie alle foto di un uomo indonesiano con indosso la maschera antigas che gli permette di non respirare i fumi tossici liberati dai sempre più frequenti incendi boschivi. L’urlo silenzioso di una donna greca mentre tutto intorno brucia colto dall’obiettivo di Konstantinos Tsakalidis squarcia le pareti bianche della galleria vicino ai denti delle tigri del Bengala cacciate dagli indigeni nelle immagini in bianco e nero di Senthil Kumaran.

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Konstantinos Tsakalidis

Colpiscono gli scatti di Matthew Abbott per National Geographic/Panos Pictures decretati reportage dell’anno dalla giuria internazionale: un falco intento a cacciare le prede che scappano da una densa nube di fumo, un uomo anziano che appicca un incendio, una famiglia che va a caccia di tartarughe.

Abbott ha passato mesi nella tribù indigena dei Nawarddeken, nella Terra di Arnhem, in Australia. «È un posto remoto e silenzioso. Ho vissuto isolato dal mondo. Ho imparato a cacciare. È un’esperienza che mi ha trasformato». Nel suo lavoro ha raccontato l’antica tecnica del cool burning, che consiste nell’appiccare roghi in grado di bruciare solo il sottobosco, eliminando il combustibile che alimenta gli incendi più grandi. Il fuoco è destinato a spegnersi da solo, grazie all’umidità e alle basse temperature delle notti australiane. Della permanenza tra i Nawarddeken, Abbott ricorda: «prima di partire avevo fatto scorta di cibo per quattro mesi. Un giorno alcuni bambini stavano giocando sotto casa mia e hanno staccato la corrente del congelatore. Il cibo è andato a male, ho trovato migliaia di vermi, ci ho messo mesi a pulirlo».

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Matthew AbbottConrad Maralngurra

Per il fotografo, il fuoco nelle mani dell’anziano nativo Conrad Maralngurra insegna un nuovo modo di concepire la relazione con l’ambiente. «Abbiamo bisogno di ascoltare di più le persone indigene. Le loro conoscenze rappresentano una speranza nella lotta al cambiamento climatico». 

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