Esclusiva

Maggio 30 2022
«La rivolta imprudente e maledetta»

Con “Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR”, Alessandro Bertante ritorna nell’Italia della lotta armata per raccontare la nascita delle Brigate Rosse

«Quando punti una pistola sai che prima o poi dovrai sparare», non è solo una delle riflessioni di Alberto Boscolo, protagonista di Mordi e fuggi di Alessandro Bertante, ma anche la regola aurea di ogni storia, la cosiddetta regola di Čechov: la violenza, se evocata, troverà il suo spazio e il suo modo di manifestarsi, quando meno la si aspetta.

Nell’Italia post-sessantottina, però, era tutt’altro che improvvisa. «Le illusioni degli anni Sessanta convergevano verso la violenza cieca – afferma Bertante – e le Brigate Rosse facevano parte di questa convergenza. Credevano, soprattutto, che l’Italia fosse pronta per una vera rivoluzione»

«Ci siamo noi e ci sono loro, in mezzo non c’è niente»

È il sottotitolo a fare chiarezza su ciò che si trova fra le pagine di Bertante. Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR è una ricostruzione, non un documento storico, pur se basato sul lavoro di ricerca dell’autore, già tesista di uno dei più autorevoli storici delle Brigate Rosse, Giorgio Galli.

La natura narrativa e finzionale del romanzo, rispetto a un saggio, permette di concedersi la libertà più grande per uno scrittore, quella della prima persona. «Una scelta molto discussa, ancor più perché le BR sono sempre un terreno minato, ma io avevo bisogno di cercare le motivazioni per cui un gruppo di ragazzi decide di distruggere la propria vita passando alla lotta armata. E per cercare le motivazioni e gli ideali, solo la prima persona permette di scavare dentro i personaggi»

A narrare la fondazione del nucleo storico delle Brigate, perciò, è Alberto Boscolo, nome di fantasia, che attraverso la sua esperienza di giovane militante racconta come la bomba a Piazza Fontana e la morte di Giuseppe Pinelli furono percepite come la «dichiarazione di guerra» – la «guerra immaginaria», come la definisce uno dei personaggi-chiave del romanzo –  che portò alla lotta armata. Lo fa con uno stile diaristico, personale e parziale, in cui la storia si fonde e si confonde con l’ideologia, ma che ha il coraggio di porre ai lettori un quesito morale: come si fa una rivoluzione che non parli il linguaggio della morte?

Mordi e fuggi, il cui titolo fa riferimento alla citazione di Mao Zedong usata durante il sequestro dell’ingegner Macchiarini, non è quindi una parabola, non è la storia di un pentimento né una condanna. È al più la rinuncia disillusa di chi a quel quesito morale non ha più trovato risposta.

Leggi anche: Hashish e Liguria, cronaca di una diserzione