Esclusiva

Luglio 21 2022
Disunità Nazionale

Al Senato passa la mozione di Pierferdinando Casini, ma il governo Draghi finisce per perdere gran parte dei partner di governo. Nella mattina di giovedì ha rimesso il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica

Sono passate da poco le 19 di mercoledì 20 luglio quando la presidentessa del Senato, Maria Elisabetta Casellati, invita a prendere la parola, in dissenso dal proprio gruppo, il senatore Lello Ciampolillo, ex Movimento 5 Stelle e già protagonista della precedente crisi di governo, quella del Conte II. Il boato sguaiato che accompagna il suo nome suona come il de profundis di questa legislatura. Da quando lo scorso giovedì il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha rassegnato le dimissioni, poi rifiutate dal Presidente del Repubblica, il parlamento si è ridotto a uno specchio rotto. Ognuna delle lastre di vetro rappresentava l’interesse dei singoli partiti, spesso inconciliabili e trainati soltanto da tornaconti particolari, di partito e in contrapposizione all’interesse del paese. La crisi innescata dal Movimento 5 Stelle, colpevole di non aver votato il DL Aiuti per via del termovalorizzatore di Roma, è terminata con la mancata partecipazione al voto di Lega, Forza Italia e dei pentastellati.

Alle 9.30 Draghi si reca a Palazzo Madama sorridente. Sorrisi prima dell’intransigenza mostrata dal Premier verso gli ultimatum, i bluff e le rivolte interne alla più ampia maggioranza di questa legislatura. L’invettiva del Presidente del Consiglio è incentrata in particolare contro il centrodestra di governo, Lega e Forza Italia, ribadendo gli impegni europei dell’Italia, ma non solo, a dispetto della propaganda destrorsa. Nel discorso entrano la necessità di aderire alla direttiva Bolkenstein contro le concessioni balneari, il sostegno di principio al reddito di cittadinanza e al salario minimo, oltre alla necessità di «riformare il fisco, visti i 1100 miliardi evasi rilevati dall’Agenzia dell’Entrate». Si apre ai 5Stelle, ma la dura critica verso il centrodestra fa sì che da quella parte dell’emiciclo non si sollevi nemmeno un applauso. «Dobbiamo ricostruire il patto di fiducia venuto meno settimana scorsa. Siete pronti a ricostruire questo patto? Non serve una fiducia di facciata. Siamo qui in quest’aula oggi solo perché gli italiani lo hanno chiesto. Questa risposta a queste domande non la dovete dare a me, ma la dovete dare a tutti gli italiani»: queste le parole conclusive di Draghi.

Se i 5Stelle hanno fatto della poca chiarezza il loro tratto distintivo in questa crisi, il centrodestra appare nervoso e corre a riunirsi a Villa Grande, la nuova dimora di Berlusconi sulla Via Appia. È qua che si scrive il resto della crisi. Dopo non essere intervenuti durante tutto il dibattito Lega e Forza Italia presentano una mozione di centrodestra sulla quale apporre la fiducia. Avanti con Draghi ma a un’unica condizione: fuori i 5Stelle dalla maggioranza e rimpasto di governo. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato della Lega prende la parola. Si lamenta della durezza delle parole di Draghi, rispolvera il vecchio copione sull’immigrazione e sbeffeggia Draghi dicendogli che a lui «i pieni poteri si addicono bene». La replica di Draghi è concisa ma carica di rabbia nel tono e, poco andreottianamente, decide di tirare le cuoia piuttosto che tirare a campare chiedendo che sia posta la fiducia sulla mozione di Pierferdinando Casini invece che su quella di centrodestra.

La crisi si risolve con la Lega, Forza Italia e Movimento 5 Stelle che decidono di uscire dall’aula, o astenersi, invece di assumersi la responsabilità di sfiduciare il leader italiano più apprezzato a livello mondiale. Il governo riceve 95 voti dai restanti gruppi, ottenendo la fiducia, ma poco importa.

Dopo quattro anni e mezzo segnati dalla pandemia e dal conflitto russo-ucraino, ma anche da tre diversi governi e dall’incapacità dei leader politici di partito di creare uno scenario in cui Mario Draghi non sarebbe stato necessario. Invece, Draghi è stato reso necessario, si è sacrificato ed è venuto a fare il suo percorso di governo, a volte con arroganza e senza collegialità, ma sapendo di mettere a rischio la sua reputazione personale. Dopo una settimana di crisi, il risultato è lo stesso di giovedì scorso. Draghi si è presentato giovedì mattina alla Camera e poi al Quirinale e ha rassegnato le dimissioni. Sarà un autunno caldo non solo per la crisi sociale ed economica che attende l’Italia, ma anche per la campagna elettorale in vista delle elezioni. Secondo alcuni quirinalisti le date più probabili sono quelle del 25 settembre o del 2 ottobre.