Esclusiva

Giugno 6 2024.
 
Ultimo aggiornamento: Giugno 8 2024
Camilla Laureti (Pd): «La nostra Europa è l’Unione della solidarietà tra paesi»

Dopo anni di politica locale Camilla Laureti è arrivata a Bruxelles occupandosi di agricoltura

Camilla Laureti è arrivata a Bruxelles nel 2022, a sostituzione dell’eurodeputato, nonché presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, scomparso nel gennaio dello stesso anno. È una giornalista e la sua carriera politica è iniziata proprio grazie al suo lavoro. Ha seguito la comunicazione della Presidenza della Regione Lazio e dell’Associazione Futura di Luca Cordero di Montezemolo, poi nel 2016 è diventata assessora a nel comune di Spoleto.

Dal 2023 è parte della segreteria nazionale del Partito Democratico (PD) come responsabile nazionale per le politiche agricole.

Lei è subentrata al Parlamento europeo in seguito alla scomparsa di David Sassoli, qual era la sua idea di Europa e in che modo lei ha cercato di raccoglierne l’eredità?

David Sassoli è stato un uomo di grandissimo spessore, circondato da stima e affetto, in Italia e in Europa. Ed è stato anche un amico, a cui mi legano valori comuni, fondati nello scoutismo, che entrambi abbiamo vissuto. Una delle sue frasi che preferisco è “L’Europa ci può aiutare a stare meglio al mondo”. Ed è vero. Oggi più che mai. Perché è chiaro che nessun paese, da solo, può riuscire ad affrontare le sfide globali in solitudine: quelle economiche, quelle sociali, quelle, così attuali e tragiche, della pace. Serve un’Europa forte. Lo abbiamo imparato durante la pandemia, durante la quale David aprì le porte del Parlamento Europeo alle donne senza dimora, e lo abbiamo imparato, da ultimo, con la guerra in Ucraina. È da questa visione che, durante questa legislatura, grazie anche alla sua incisiva e determinata azione, sono nati strumenti come il Next Generation Eu, il programma Sure, l’acquisto comunitario dei vaccini. Tutti atti che riflettono l’Europa che aveva in mente David: l’Europa della solidarietà e della coesione, maturata dalla consapevolezza, che ha sempre indicato a tutti noi, perché ‘nessuno si salva da solo’. Nella mia esperienza, con umiltà, ho cercato di concretizzare questa idea di Europa.

È esperta di politiche agricole e alimentari, se ne occupa in Italia e in Europa, quali sono le sfide più grandi che ci troveremo di fronte nei prossimi quattro anni sul tema?

L’agricoltura è il settore primario dell’economia, ma per anni non è stato primario in termini di attenzione. E per molti versi la protesta di questi mesi ha cambiato il modo di guardare al mondo agricolo. Ognuno di noi ha capito che in quel mondo si giocano partite importantissime per tutti: dalla qualità del cibo che mangiamo alla tutela del nostro territorio. Ecco è con questa prospettiva nuova che dobbiamo guardare alle sfide che abbiamo davanti. La prima è sicuramente quella della conversione ecologica: una sfida che richiede innovazione e scelte. Una vera e propria “rivoluzione” verde che, non mi stanco di ripeterlo, deve avere un “cuore rosso”: garantire cioè la tenuta sociale, non essere scaricata sulle spalle degli agricoltori. Quindi servono finanziamenti diretti proprio a chi ha più difficoltà in questo cambiamento. In questo senso il Fondo per la transizione giusta va rafforzato perché non è sufficiente, ad esempio. Ma è l’intervento nel settore che deve cambiare più in generale. Il primo punto è la revisione della Politica agricola comunitaria: un terzo del bilancio dell’Ue. La vogliamo distribuita in modo migliore tra piccoli e medi agricoltori e grandi operatori; dobbiamo usarla per avvicinare giovani e donne al settore; dobbiamo promuovere l’agricoltura multifunzionale e le produzioni bio. Il nostro obiettivo è garantire cibo sostenibile, sano e nutriente a tutte e tutti. Questo cibo deve essere anche accessibile sul piano del costo. Tenere insieme le due cose è possibile, ma soprattutto è un dovere verso il futuro. È una questione di giustizia e di salute, verso noi stessi e verso l’ambiente. 

Quest’anno alle elezioni europee avrebbero potuto votare anche i giovani fuorisede, ma soltanto il 0.4% voterà nel comune in cui studia, cosa non ha funzionato secondo lei?

Sicuramente l’introduzione di questa novità, per cui il Partito Democratico si è tanto battuto, ha bisogno, come ogni innovazione, di più tempo per dare i suoi frutti, quindi far crescere la partecipazione giovanile. Forse serve più tempo perché questa possibilità sia nota su larga scala. Ma dobbiamo continuare a spingere in questa direzione. L’astensionismo crescente, tanto più se giovanile, è una ferita democratica e un interrogativo che pressa la politica. Il futuro dell’Europa dipende dai giovani. E non è un caso che l’atto europeo più importante di questi anni sia chiamato Next Generation EU. È una indicazione chiara del fatto che l’Europa guarda al futuro: una verità semplice che non mi stanco mai di ripetere ai gruppi di studenti e studentesse che vengono in visita al Parlamento Europeo. 

Solo il 9.5% dei vostri candidati sono under 35, perché non puntare di più sui giovani?

Noi abbiamo una segretaria che, anche per la sua età, è il segnale più chiaro del cambiamento di passo radicale del nostro partito. Personalmente credo che puntare sul protagonismo dei giovani, in politica soprattutto, non sia solo giusto, ma direi indispensabile per il futuro del Paese e dell’Ue. Sul punto fatemi avanzare due considerazioni. La prima è che, se ci pensiamo, forse per la prima volta nella storia le nuove generazioni sono in condizione di ‘insegnare’ a quelle più adulte. Pensiamo soltanto alle competenze da nativi digitali e alla loro importanza per affrontare i temi di oggi, a partire da quello dell’intelligenza artificiale. Ma lo stesso vale per alcuni temi, proiettati verso il futuro. Pensiamo ad esempio alla sensibilità sui temi ambientali. È stato anche grazie alla spinta del movimento ambientalista di Fridays For Future che l’Europa si è mossa in direzione del Green Deal, capendo l’urgenza di rispondere al cambiamento climatico. In questa campagna elettorale il Pd, con in testa la segretaria, insiste molto su un punto poi: la fine degli stage gratuiti e il diritto all’abitare anche dei giovani. 

L’Unione Europea di Meloni, Von der Leyen è securitaria, strizza l’occhio alle destre ed esternalizza le frontiere, la sua invece? 

La mia, la nostra Europa, quella del Pd, è l’Unione della solidarietà fra paesi. Quella che crede nella gestione comunitaria del fenomeno – strutturale –  delle migrazioni; dell’accoglienza e dell’integrazione secondo i principi dello stato di diritto e delle leggi del mare. La nostra Europa è quella che salva le vite dei migranti in balia delle onde e che sostiene la necessità di una Mare Nostrum europea; che crede che non si possano lasciare soli i paesi di primo approdo, perché chi sbarca in Sicilia sbarca nell’UE, e dunque serve la solidarietà nell’accoglienza fra tutti gli Stati membri. La nostra Europa è quella che non accetta – ed infatti non lo abbiamo votato – il Patto sulle migrazioni dell’Ue, perché nega i diritti di protezione alle persone migranti, perfino dei bambini, e perché non riconosce che serve un meccanismo europeo di redistribuzione dei migranti (ed utilizzo questo termine “redistribuzione” controvoglia, perché le persone migranti non sono merci!). Dobbiamo superare il Trattato di Dublino, che scarica sui paesi di primo approdo l’accoglienza, e favorire, invece, canali di accesso legali, sempre mantenendo fede ai valori per cui è nata l’Europa e che sono il suo Dna: i diritti umani e la cooperazione internazionale.

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