La storia di Harold Ross e Jane Grant, che cento anni fa fondarono il New Yorker, sembra uscita dalle pagine del loro settimanale, uno di quegli insoliti e lunghissimi ritratti “from the Town” a cui la rivista ci ha abituato.
È una storia che inizia negli Anni 20 e che di quel periodo contiene tutto. Durante la Prima Guerra Mondiale una giovane ballerina e cantante del Missouri si unisce alla Croce Rossa in Francia, dove intrattiene i soldati Americani. Jane Grant è però innanzitutto una giornalista, la prima donna ad entrare nella redazione del New York Times. Il critico teatrale del Times in quel periodo è Alexander Woollcott, che a Parigi la introduce all’ Algonquin Round Table, forse il più importante circolo intellettuale dopo Bloomsbury.
A Parigi c’è un altro giovane giornalista, che si è arruolato nel diciottesimo reggimento e scrive per lo Stars and Stripes, il quotidiano che racconta agli Americani la vita dei loro soldati all’estero. Anche Harold Ross conosce Woollcott e prende parte al gruppo dove incontra Jane Grant. Alla fine della guerra, ritornati a New York, si sposano e iniziano a lavorare ad una nuova rivista.
Il primo numero del New Yorker esce il 21 febbraio del 1925, e la città inizia ad essere raccontata a partire dai suoi artisti, dagli scrittori, dai teatri, dai locali notturni, dai cinema. Uno degli articoli che inizia ad avere subito risonanza si intitola “Why we go to Cabaret: A Post-Debutante Explains” e annuncia una nuova forma di giornalismo che guarda alle abitudini dei newyorkesi e alla vita culturale della città. C’è l’introduzione di un metodo, la scelta di impiegare gli strumenti letterari e artistici per raccontare New York e l’America, l’invenzione di uno stile e di una maniera inconfondibili.

Le vignette, le recensioni, la grande fiction (J.D, Salinger, Vladimir Nabokov, David Foster Wallace, Mary McCarthy), il New Yorker ha poi iniziato a parlare al mondo e a imporre quello che oggi è uno dei marchi culturali più riconosciuti.
All’America e al mondo le 53 pagine di John Hersey hanno svelato la catastrofe di Hiroshima dando voce ai sopravvissuti. Sul New Yorker uscirono la cronaca del processo Eichman di Hanna Arendt che poi sarebbe diventato La banalità del Male e l’inchiesta di Rachel Carson (Silent Spring) che contribuì a mettere al bando il DDT negli Stati Uniti .
E di storie legate al settimanale ce ne sono moltissime. Su Netflix è uscito un documentario che prova a raccontare quelle più significative, i passaggi fondamentali di una storia lunga 100 anni. Lo ha realizzato il regista americano Marshall Curry e il racconto è affidato a coloro che oggi compongono la redazione. Su tutti, l’attuale direttore David Remnick che rivela i segreti di quello che è diventato un vero genere e che nonostante la crisi del settore continua ad attirare più di un milione di abbonati in giro per il mondo. C’è poi la leggendaria Art Editor Francoise Mouly che lavora alle copertine, sua quella dopo gli attentati dell’ undici settembre con la silhouette delle torri su uno sfondo nero. Per i numeri del febbraio 2025, mese dell’anniversario, ha scelto di reinterpretare la caricatura del primo numero, quel dandy fin de siècle che altezzoso osserva una farfalla.
Le telecamere di Netflix entrano nell’ufficio di Manhattan e riprendono tutto: riunioni di redazione, fact checkers al lavoro, la scelta delle vignette da pubblicare, gli archivi. La sensazione è quella di un equilibrio perfetto, la stessa che ritroviamo tra le pagine del settimanale. Oggi, cento anni dopo la sua fondazione, il New Yorker è il magazine culturale per eccellenza, quello che si conosce anche senza leggerlo. Il font è ormai un vero e proprio brand e indossare una shopper col simbolo della rivista è quasi una dichiarazione di appartenenza culturale. Quello che però costituisce ancora la fortuna del New Yorker è l’accuratezza dei contenuti, l’estrema rifinitura di un linguaggio che rende temi spesso complessi adatti ad un pubblico ampio.
La creatura di Harold Ross è da poco anche su Substack. Nel testo di lancio, la piattaforma viene definita come una “sorta di book club ma per articoli”. Ogni settimana gli iscritti riceveranno un articolo gratuito (di qualsiasi genere, “dalla recensione dell’ultimo album dei Tame Impala a un dispaccio di 8000 parole sui campionati mondiali di sauna”) e quello sarà innanzitutto un luogo di confronto e discussione. Certo non è ancora possibile giudicare la risonanza dell’esperimento, ma considerando i precedenti ci sarebbe quanto meno da rifletterci.

