Dai pizzini ai social network, fino a TikTok, Telegram e all’intelligenza artificiale. La mafia cambia linguaggi e piattaforme, ma non i suoi obiettivi. Se ne è parlato ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, durante il panel “Mafia: le indagini e il racconto. Dai pizzini a TikTok”. Un incontro sulle nuove forme di comunicazione e propaganda criminale, sempre più diffuse tra i giovani.
Tra gli ospiti anche la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, che ha sottolineato come le organizzazioni mafiose restino strutture chiuse e verticali, ma l’enorme diffusione dello spaccio di droga e l’ostentazione sui social stiano avvicinando molti ragazzi a quel mondo. «Su TikTok si ostenta denaro, successo, visibilità. Il rischio è che un criminale venga percepito come un modello attrattivo», ha spiegato Colosimo, citando il caso del trapper Niko Pandetta, diventato noto attraverso i social anche per le sue attività criminali.
Un fenomeno confermato anche dai dati. Secondo il rapporto “Mafias in the Digital Age” della Fondazione Magna Grecia, che ha analizzato oltre 6.000 contenuti pubblicati su TikTok tra il 2023 e il 2024, i clan utilizzano musica, hashtag, emoji e trend virali per costruire una vera e propria “mafiosfera” digitale, capace di normalizzare l’immaginario criminale e renderlo appetibile soprattutto agli adolescenti.
Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha ricordato come la mafia usi «tutto ciò che può usare» per stare al passo con i tempi. Oggi lo spaccio passa anche da Telegram, con dosi prenotate online, e i figli dei capimafia comunicano attraverso canali digitali sempre più complessi da intercettare. Allo stesso tempo, De Lucia ha spiegato di non sopravvalutare la propaganda social: «Questi strumenti hanno vita propria. Anche prima dei social esisteva una narrazione della mafia: film come Il Padrino hanno condizionato l’immaginario collettivo e gli stessi mafiosi».
«Quella dei social è una propaganda subdola, con un effetto devastante sui giovani, perché normalizza il fenomeno criminale. I criminali non hanno più pudore di mostrarsi», ha affermato Tommaso Longobardi, responsabile comunicazione social della Premier Meloni. Forte la critica alle piattaforme digitali, accusate di intervenire spesso solo per ragioni commerciali e di ignorare contenuti di propaganda mafiosa.
Nonostante l’evoluzione tecnologica, la mafia non ha abbandonato i pizzini, che continuano a convivere con telefoni criptati e chat criminali. «Le organizzazioni scelgono strumenti diversi a seconda delle strategie», ha spiegato il generale del ROS Vincenzo Molinese. «Le forze dell’ordine puntano ad anticiparle, non a inseguirle, investendo in tecnologie e competenze investigative».
Dal dibattito è emersa con forza la necessità di una contronarrazione. I giovani conoscono nomi e volti dei criminali, ma spesso ignorano figure che incarnano la legalità. Utilizzare linguaggi contemporanei, cultura e musica diventa quindi essenziale per riempire il vuoto narrativo occupato dalla propaganda mafiosa, come dimostra l’esperienza del poliziotto-rapper Revman, intervenuto con un videomessaggio.
«L’Italia non parla di lotta alla mafia solo come slogan», ha concluso Colosimo. Tra le priorità della Commissione Antimafia: narcotraffico, mafie transnazionali e tutela di donne e bambini che scelgono di spezzare il legame con le famiglie mafiose. «Mafiosi non si nasce, si diventa. A quei ragazzi dobbiamo garantire le stesse possibilità di chi nasce in famiglie perbene».