Esclusiva

Febbraio 2 2026
Difesa UE, il confronto che svela l’Europa incompiuta

Due visioni opposte sul futuro della sicurezza del continente. Tra realismo strategico e spinta alla sovranità, l’Unione rivela i suoi nodi irrisolti

L’Europa non discute più se difendersi, ma come. E soprattutto con chi. Al New Year’s Forum 2026 il confronto si è acceso quando due visioni opposte — quella dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone e quella della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picerno — hanno messo a nudo la frattura che attraversa oggi l’Unione: pragmatismo militare contro ambizione politica, architettura esistente contro sovranità da costruire. Non è stato un dibattito accademico, ma uno scontro di prospettive sul futuro strategico del continente.

Cavo Dragone ha scelto parole misurate ma nette. «Io sono un europeista», ha chiarito, quasi a disinnescare preventivamente le polemiche nate dal titolo di un’intervista al Corriere della Sera. Ma proprio da europeista, sostiene, «un esercito europeo non è necessario». Non lo è oggi, e non lo sarebbe neppure domani. La ragione non è ideologica, bensì strutturale: la NATO, per come è disegnata, dispone di un single set of forces, un unico insieme di forze basato su cooperazione, interoperabilità e sinergia. Duplicare quell’assetto — creando un esercito europeo permanente o addirittura una forza NATO autonoma dagli Stati membri — significherebbe indebolire, non rafforzare, la difesa collettiva. 

Nel ragionamento dell’ammiraglio, la parola chiave è “modulazione”. «La sinergia tra Unione europea e NATO non passa dalla sovrapposizione, ma dalla capacità di modulare strumenti, missioni e contributi». Anche sul tema che più infiamma il dibattito — l’industria militare europea come presunta chiave di volta della difesa comune — Cavo Dragone è scettico: non è l’industria in sé a garantire sicurezza, ma «l’integrazione operativa e politica degli strumenti esistenti». Il punto più sensibile resta il rapporto con Washington. Esiste una NATO senza gli Stati Uniti? Per Cavo Dragone la risposta è secca: no. Non perché gli USA siano i principali finanziatori, ma per «una questione di posizione geostrategica e di capacità che nessun altro alleato, da solo, può sostituire». Ciò non significa immobilismo. L’ammiraglio prevede — e in parte auspica — un graduale discostamento americano, tradotto in un riequilibrio finanziario e in maggiori responsabilità operative per gli europei. Un processo lento, fisiologico, non traumatico. E soprattutto senza una drastica riduzione dei soldati statunitensi nelle basi NATO europee, scenario che Cavo Dragone considera improbabile. 

Anche sui fronti più delicati, come l’Artico e la Groenlandia, il suo approccio resta improntato alla cautela. La sicurezza artica non è sottovalutata: gli Stati Uniti hanno già preso atto dello scioglimento dei ghiacci, delle nuove rotte commerciali e della competizione sulle risorse. Ma parlare di uno scontro armato per la Groenlandia, sostiene, è prematuro. I contatti continui con i capi di Stato Maggiore alleati lo rendono “tranquillizzante”. L’allarme pubblico, conclude, «va fatto sedimentare». Quanto alle uscite di Donald Trump sulla Groenlandia, l’ammiraglio taglia corto con una battuta che dice molto: «Bisognerebbe entrare nel glossario del presidente».

Se Cavo Dragone rappresenta la voce dell’equilibrio strategico, Pina Picerno incarna quella dell’urgenza politica. Il suo intervento parte da una diagnosi radicale: il mondo è entrato in una fase in cui le democrazie liberali sono apertamente sfidate da autocrazie che operano come “mafie globali”. In questo contesto, l’Europa — pur essendo una potenza economica — resta politicamente incompiuta. Senza una difesa integrata e uno strumento militare comune, l’Unione rischia l’irrilevanza. 

Picerno richiama anche le parole di Romano Prodi, che in un recente intervento ha suggerito come una parte dell’establishment statunitense inizi a percepire l’Europa non più solo come alleata, ma come concorrente strategico. Se figure come J.D. Vance o lo stesso Trump non parlano per intemperanze verbali ma per convinzioni politiche, allora, sostiene Picerno, l’Europa deve essere sovrana, anche militarmente. 

Da qui la richiesta esplicita di un esercito europeo e di una prospettiva politica meno ambigua. «La volontà politica dell’Europa è ancora trattata come il cavillo di un trattato», denuncia Picerno. È un’accusa diretta alla lentezza decisionale dell’Unione, alla tendenza a rifugiarsi nella prudenza procedurale mentre il contesto internazionale accelera. «La storia oggi non ci chiede prudenza, ma coraggio», afferma, trasformando il tema della difesa in una questione identitaria prima ancora che militare.