Il vero romanzo russo di Carrère

All'Associazione della stampa estera lo scrittore ha risposto alle domande dei giornalisti sul suo ultimo libro

Alcune risposte di Emmanuel Carrère alle domande dei pochi giornalisti che lo accolgono a Palazzo Grazioli potrebbero confondere chi non ha familiarità col suo ultimo romanzo Kolchoz (Adelphi), ma più in generale con la letteratura russa. Il libro si apre e si chiude con la morte di sua madre, Hélène Carrère d’Encausse, storica della Russia e segretaria perpetua degli «Immortali» dell’Academie française. È il racconto di un figlio al cospetto della sua storia familiare, che coincide la storia di un Paese, la Russia. 

«Fare Kolchoz» significava per Carrère e le sue sorelle dormire insieme alla madre raccogliendo cuscini e materassi intorno al suo letto. È un po’ quello che succede, per l’ultima volta, quando insieme si raccolgono intorno a lei ormai ricoverata in un clinica per le cure palliative. Le rimango accanto fino alla fine, vivendo con lei gli ultimi momenti. Carrère parla di una «morte pienamente vissuta». Una cosa «piuttosto rara» che non è riservata tutti: «la morte di mia madre è stata magnifica. Ha vissuto pienamente la sua morte. Io e le mie sorelle le siamo stati vicino, avendo coscienza di questo e avendo coscienza che stavamo assistendo a qualcosa che era triste, sicuramente, ma era bello ed era il coronamento di una vita». 

È spiazzante sentir pronunciare la parola «magnifique» in riferimento a quell’esperienza, eppure pensando a Kolchoz è qualcosa che anche dal lettore è percepita in quel modo. Viene in mente il finale di Zio Vanja di Čechov che Carrère riporta nel suo romanzo a proposito del desiderio mai esaurito di sua nonna di ritornare in Russia: «E quando verrà la nostra ora, moriremo in pace e là, nell’oltretomba, diremo che abbiamo sofferto, che abbiamo pianto, che per noi è stata dura, e Dio avrà pietà di noi, e tu e io zio, caro zio, vedremo una vita luminosa, meravigliosa, splendente; ci rallegreremo e, commossi, ci volteremo a guardare le sciagure di oggi, e riposeremo». 

La  morte della madre è stata  per Carrère una forma di riconciliazione con un passato familiare che lo precede e che aveva già provato a raccontare in Un romanzo russo. In quel caso al centro c’era il nonno, padre di sua madre, accusato di collaborazionismo con i nazisti e poi ucciso.  La scelta di «violare» e raccontare ciò che sua madre aveva sempre tenuto nascosto compromise il rapporto con lei, ricucito solo tempo dopo. Quando glielo chiedono, parla di quell’esperienza come di un limite che non avrebbe dovuto superare: «Non è che tutto sia dovuto perché scriviamo un libro, c’è una barriera che non si può oltrepassare, che è quella di fare del male, di far soffrire qualcuno, delle persone reali. Io questa frontiera l’ho superata scrivendo Un romanzo russo». 

Kolchoz è un vero e proprio memoir, una lunga storia guardata a distanza quando molti dei protagonisti sono ormai morti e che diventa possibile proprio perchè questo è avvenuto. Come se soltanto con la morte certe cose riescano a trovare una forma e un significato. 

Prima c’è lo scavo, fotografie, ricordi personali, lettere. E poi c’è il riordino che nel caso di Carrère coincide con la scrittura, dove la sua memoria interviene come forma di integrazione e di senso: «Abbiamo dei pezzi di ricordi, dei pezzi di idee, delle parti prese di qua e di là che ci aiutano a costruire, a fabbricare un racconto che ci consente di vivere la nostra vita, a volte anche di scrivere dei libri. Se non riuscissimo a farlo, potremmo diventare matti».

Per Carrère la scrittura coincide con una forma di sopravvivenza personale e in qualche modo di recupero di quelle «vite che non sono la sua», ma che l’hanno inevitabilmente determinata. L’eredità più grande di una famiglia del genere, e in particolare di una madre come Hélène Carrère d’Encausse, è stata proprio il dono della scrittura: «Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui il libro aveva un sorta di valore assoluto. Mia mamma lo diceva anche ai professori. Non importa che i genitori abbiano voti bassi, l’importante è che leggano. Quindi per me lo scrivere è stato un prolungamento naturale della mia vita».

E c’è un libro che in Kolchoz viene menzionato, uno dei più importanti della sua vita, alla cui lettura sua madre lo preparò come ci si prepara a una prova importante. L’Idiota di Dostoevskij si apre con la descrizione dal parte del Principe Myškin dell’istante sospeso di un condannato a morte a cui, davanti al plotone d’esecuzione, viene annunciata la grazia solo all’ultimo momento. Quel racconto fa fede all’esperienza biografica di Dostoevskij che nel 1849 fu condannato a morte insieme ad altri membri del circolo Petraševskij, portato davanti al plotone d’esecuzione e graziato quando la fucilazione sembrava ormai imminente.

Secondo Carrère quello fu il momento in cui Dostoevskij diventò lo scrittore che conosciamo, come se in quell’istante l’esistenza si fosse improvvisamente concentrata e rivelata tutta in una chiarezza insostenibile. Nei suoi romanzi la morte sarà sempre presente, nelle ultime pagine dell’Idiota come nelle prime dei Fratelli Karamazov. E lo stesso accade in altri scrittori russi, Carrère cita spesso anche Tolstoj, in cui la morte diventa una forma di preparazione e rivelazione. 

Un libro come Kolchoz che ha queste premesse e in cui la morte viene descritta con una ritualità quasi sacra, non può che essere un grande romanzo russo. 

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