Al cinema per rivivere l’estate di Stand by Me

Le voci di chi dopo 40 anni è in sala per la storia sull'amicizia di Rob Reiner
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River Phoenix, Corey Feldman, Wil Wheaton, and Jerry O'Connell in Stand by Me - ricordo di un'estate (1986) © 1986 - Columbia Pictures

Una studentessa universitaria, un dodicenne lettore di Stephen King e una cinefila che ha visto la pellicola più di venti volte sono solo alcune delle persone in una sala piena di un cinema a Roma, in attesa della proiezione di uno dei film cult del regista statunitense Rob Reiner: Stand by Me – ricordo di un’estate. Dall’8 al 10 giugno 2026, in occasione del quarantesimo anniversario dall’uscita nel 1986, il lungometraggio è tornato sul grande schermo in una versione restaurata in ultra definizione. La pellicola, tratta dal racconto The body (1982) di Stephen King, è stata definita dallo scrittore «il miglior adattamento cinematografico» di una sua opera.

L’avventura dei dodicenni Gordie, Chris, Teddy e Vern inizia dalla loro casa sull’albero. I protagonisti partono per un viaggio che segnerà sia la loro amicizia che la fine della loro innocenza. Quando vengono a sapere della scomparsa di un ragazzo poco più grande di loro, in una giornata estiva sul finire dell’agosto 1959, i quattro protagonisti vanno alla ricerca del cadavere e lasciano Castle Rock, il paesino in cui vivono, mettendosi in cammino sui binari della ferrovia attraverso i boschi dell’Oregon, nell’ovest degli Stati Uniti. Vogliono diventare famosi comunicando il ritrovamento alle forze dell’ordine, ma l’avventura si trasforma presto in un’esperienza destinata a cambiare per sempre la loro vita e a simboleggiare il passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Roberta e Valentina sono due sorelle cresciute con questo film. «Abbiamo iniziato a vederlo quando avevamo circa l’età dei protagonisti. Lo abbiamo scoperto per caso su una tv locale di Ostia, che lo trasmetteva spesso», spiega Roberta, che il film lo ha visto oltre venti volte. «Decisamente troppe, ma oggi dovevo venire per forza. Fino ad ora l’ho sempre guardato quando veniva trasmesso in televisione o con il DVD. Al cinema è un’altra cosa. Un evento del genere non me lo potevo di certo perdere», racconta mentre si prepara a goderselo ancora una volta. «È una storia avvincente ma anche molto toccante. Ogni volta che lo guardo mi commuove».

Una famiglia al completo occupa le poltrone della terza fila. Il figlio di mezzo, tredici anni, è un appassionato di Stephen King. «Ha letto diversi romanzi», dice la madre, «abbiamo guardato Stand by Me su Netflix circa tre anni fa dal divano di casa. Siamo qui per rivedere sul grande schermo quest’avventura genuina, emozionante e anche un po’ poetica».

«È un film che mi cattura dall’inizio alla fine. La trama, per quanto semplice, riesce a tenermi sempre incollata allo schermo», racconta una ragazza che sta studiando cinema all’università e ha scoperto questa pellicola grazie ad un corso che ha frequentato. «Mi colpiscono le tante tematiche che affronta: dal rapporto tra genitori e figli al valore dell’amicizia. Ma anche il bullismo, il peso delle aspettative sociali e l’elaborazione del lutto».

© 1986 – Columbia Pictures

I quattro protagonisti, dopo aver camminato chilometri, passato una notte nel bosco, nuotato in uno stagno con le sanguisughe e rischiato di essere travolti da una locomotiva, trovano il cadavere di Ray Brower, ma si rendono subito conto che la cosa migliore da fare è una telefonata anonima alla polizia, mostrando allo spettatore quanto siano maturati durante il viaggio.

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La canzone soul che dà il nome al film, del cantautore Ben E. King, accompagna i titoli di coda. «Mi è piaciuto. Se lo avessi già visto, sarei tornato a guardarlo», dice un ragazzo che non conosceva Stand by Me. «Sono malinconico, sento che mi ha smosso dentro qualcosa. Credo sia una forma di nostalgia verso un passato che non ho mai vissuto».

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